Ripartiamo da lavoro e politica industriale

Cosa aspettarsi per il nuovo anno? Tanto, tantissimo, in sintesi direi che bisogna cambiare il Paese. Questo il compito che ci aspetta, sperando che questa manovra di emergenza ci dia credibilità, fiducia e quel minimo tempo per fare bene quello che serve. Il Paese lo merita eccome! Al contrario della classe politica che si dimostra, in buona parte, incapace di responsabilità, dignità e lungimiranza. Dei politici non possiamo fare a meno, ma a loro dobbiamo imporre, come ha detto recentemente il premier Mario Monti, che «torni presto il tempo in cui non avrete più bisogno di professori e tecnici, in cui voi eletti sappiate guardare abbastanza lontano per fare le cose che servono». E all’Italia serve tanto: riforma fiscale, lotta all’evasione, tagli a spesa pubblica e privilegi, liberalizzazioni e concorrenza, giustizia e tanto altro. Servono misure atte a facilitare e stimolare la crescita e lo sviluppo. Ma indispensabile è riformare lavoro e politica industriale.

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Dobbiamo ripartire da un mercato del lavoro più inclusivo e capace di fare del capitale umano il fattore vincente per produttività e crescita. Certo: meno tasse su lavoro e imprese, ma anche molto altro. Allora servirebbe facilitare l’ingresso o il reingresso nel mondo del lavoro rendendo più flessibile, ma anche meno precario, il rapporto tra azienda e lavoratore, garantendo al contempo la tutela della parte debole, il lavoratore. Con una flexecurity capace di supportarlo, formarlo e accompagnarlo alla ricerca di un nuovo impiego. Il posto fisso per sempre nella stessa azienda non esiste più. C’è bisogno di aiutare individui e aziende a gestire al meglio le continue discontinuità in termini di competenze e andamenti del mercato. Inutile forzare rapporti improduttivi per entrambi e dannosi, spesso anche sul piano psicofisico, per il lavoratore. Si paghi la necessità economica di licenziare, punendo come già previsto ogni azione lesiva dei diritti, e si diano al lavoratore gli strumenti per rientrare al più presto. Le tutele, che restano tutte, devono venire anche e soprattutto da un mercato del lavoro efficiente ed efficace, e da un’economia che cresca e crei posti di lavoro e ricchezza. Dobbiamo lavorare di più e meglio, ma soprattutto dobbiamo avere tutti la possibilità di lavorare e giocarci le nostre carte.
E questo è proprio l’altro punto dolente. L’Italia, da tempo, non ha una vera politica industriale, non ha misure atte non a condizionare, ma a guidare e favorire lo sviluppo dei settori che sono e saranno vincenti nello scenario globale e che possono più di altri creare ricchezza, valore aggiunto e vantaggi competitivi. Insomma, serve una svolta che riconsideri il mondo del lavoro e veda come attori principali la politica con la sua funzione legislativa, seguita a ruota dai sindacati, dalle organizzazioni degli imprenditori e da tutti i lavoratori. Perché il lavoro è qualcosa di indispensabile per la crescita e la realizzazione degli individui così come dell’intero Paese. Un obiettivo rispetto al quale i manager hanno tanto da dire e da fare. Ed è per questo che impegneremo tutti i manager italiani per far sì che divenga realtà.

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Progetto manager

Guido Carella è presidente di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professional di commercio, trasporti, turismo, servizi e terziario avanzato. L’associazione rappresenta in tutto il Paese circa 35.500 professionisti

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