Vanno bene le buone intenzioni, ma serve una visione

Il ministro dello sviluppo economico Corrado Passera ha recentemente detto che «il rilancio della crescita del Paese passa attraverso lo sviluppo dei principali comparti della green economy …».
Sono d’accordo in tutto e per tutto, ma dobbiamo avere una visione, fare un programma e controllare effetti e risultati. Un disegno globale e coerente che favorisca la crescita della ricerca e l’acquisizione di vantaggi competitivi da parte delle nostre aziende, da riversare poi all’interno in termini di prodotti/servizi green e sostenibili e all’esterno in termini di export e conquista di nuovi mercati.

Corrado Passera © GettyImages

Corrado Passera

Il primo passo è quello di definire cosa è green. Insomma, la crisi finanziaria, economica e sociale e quella climatica e degli ecosistemi in atto già da molto tempo ci obbligano a considerare e lavorare in termini di sviluppo sostenibile. È indubbio che ogni attività economica deve integrare elementi, strategie, accorgimenti, soluzioni di ecocompatibilità e sostenibilità. Troppo semplice e troppo vago, anche se un fondo di verità c’è. Un recente rapporto di Confindustria individua nove settori nei quali investire per attivare interventi di efficienza energetica: trasporti, motori e inverter, illuminazione, edilizia, caldaie a condensazione, pompe di calore, elettrodomestici, gruppi statici di continuità, cogenerazione. Ma c’è di più, il rapporto dell’Unep (Programma Nazioni Unite per l’ambiente) individua dieci settori su cui investire per un nuovo modello economico finalmente sostenibile e capace anche di contribuire a combattere la povertà sul pianeta: agricoltura, edilizia, energia, pesca, foreste, industria, efficienza energetica, turismo, trasporti, gestione dei rifiuti e dell’acqua.
Insomma, c’è solo l’imbarazzo della scelta, ma per tutti e ancor più per noi, per la conformazione storico culturale e paesaggistico ambientale dell’Italia, e per alcuni storici punti di forza a livello di industria manifatturiera e dei servizi, c’è l’obbligo di fare un programma strategico che arrivi a toccare gran parte di questi settori, seppure in modo preordinato e graduale. E allora facciamolo e presto, subito. Qui, come in tutti gli altri ambiti, dobbiamo darci delle priorità e innescare un indispensabile cambiamento culturale. Questo “metodo”, però, per essere green e sostenibile veramente, deve pervadere anche la società e ancor più la politica. Per questo all’inizio d’agosto noi manager (Cida, Federmanager e Manageritalia, le organizzazioni che rappresentano manager e alte professionalità del pubblico e del privato) abbiamo dato vita a #PRIORITALIA, un nuovo soggetto sociale e politico.
Vogliamo fare politica, nel senso di interessarci della “res publica”, ma soprattutto innescare un vero cambiamento culturale. Un movimento non partisan, apartitico per intenderci, che vuole aggregare tutti i soggetti della società della conoscenza (manager, alte professionalità, liberi professionisti) per lavorare a favore del Paese. Come? Partendo dalla politica, cioè offrendo competenze, progetti chiavi in mano e uomini esperti per aiutare la politica a fare le cose e bene. Infatti, se il compito della politica, della buona politica, è dare indirizzi e realizzarli, perché questo accada c’è bisogno anche in Italia dell’apporto della cultura e del modello manageriale, di chi professionalmente si occupa di far accadere le cose in tempi e costi prestabiliti. E lo faremo con tutti quelli che vorranno seguirci per diventare un Paese green (che poi significa giovane, innovativo, etico) e sostenibile (che poi significa inclusivo, solidale, rispettoso) su tutti i fronti.

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Progetto manager

Guido Carella è presidente di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professional di commercio, trasporti, turismo, servizi e terziario avanzato. L’associazione rappresenta in tutto il Paese circa 35.500 professionisti

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