Giornale-© iStock/seb_ra

Al tempo della prima guerra del Golfo venne coniato un termine per definire i giornalisti che seguivano le operazioni militari seguendo le truppe americane: “embedded ”. La traduzione letterale è “inserito” o “incorporato”. Venne usato, e si usa ancora oggi, in termini dispregiativi per indicare il giornalista che non va a cercare le notizie , ma accetta per buone quelle che gli vengono passate. Il giornalista embedded, insomma, rinuncia alla sua indipendenza  e alla sua funzione di cercatore di verità scomode perché è più comodo, e non rischi smentite, scrivere le notizie che ti passano gli americani.

La figura del giornalista embedded, da allora, si è evoluta trascinando una buona parte dell’editoria cosiddetta “mainstream”. Il giornalista embedded è quello che scrive cose che non sa se sono vere o no , ma alle quali attribuisce autorevolezza per il solo fatto che vengano da una fonte autorevole. E qui siamo ancora nella parte meno peggiore del comportamento del giornalista embedded. Perché la peggiore arriva quando prende una posizione e da quella non si schioda, anche se tutto ciò che gli gira intorno gli dice che è sbagliata. Lui non cerca la verità , o qualcosa che gli somigli, o perlomeno qualcosa che nessuno ha ancora scritto. No. Lui scrive banalità mainstream come mainstream è il giornale sul quale scrive e come mainstream è la mentalità alla quale si rivolge.

Non vuole stupire, vuole distinguersi dal coro non cantando un’altra canzone, ma cantando a squarciagola, la stessa melodia che cantano tutti gli altri. Il giornalista embedded non è pigro, è, anzi, iperattivo perché solo così può nascondere il vuoto che lo accompagna. Scrive tanto, ma sempre le stesse cose . Alla fine, il giornalista embedded infetta del suo virus l’intero giornale per il quale scrive che diventa irrilevante, inutile e vecchio. Ovviamente il primo giornalista embedded di un giornale è il direttore: non cerca nuovi lettori, gli basta perdere meno lentamente quelli che gli rimangono.

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Il giornalista embedded

è quello che scrive

cose che non sa

se sono vere,

ma alle quali attribuisce

autorevolezza

per il solo fatto che

 vengono da

una fonte autorevole

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Il giornalista embedded è al seguito dell’opinione comune, è il guardiano dell’ovvio e, ovviamente, è il giullare del potere . È quello che scrive quello che tutti pensano senza starsi a interrogare se sia vero. È lo scandalizzato permanente, perché essere scandalizzato a fasi alterne segnalerebbe una pericolosa indipendenza di giudizio. È il buonista sempre e comunque, ma anche il cattivista a oltranza: a entrambi non interessa il vero, ma che sia chiaro da che parte ognuno di loro due sta. Come i detersivi al supermercato: a sinistra ci sono quelli biologici, a destra quelli industriali.

Per questo quando si va in edicola a comprare un giornale non bisogna domandarsi: qual è il giornale migliore? Ma chiedersi: voglio un giornale bio o industriale? Nel primo si trovano tutti i giornalisti bio, nel secondo tutti giornalisti industriali. Trovare un giornalista bio nel giornale industriale è ormai impossibile. Tutti embedded.

Le opinioni

Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete . E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti . E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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