5 miliardi non possono bastare

L’ultima che ho sentito dire è che 5 miliardi per ridurre il cuneo fiscale «sono troppo pochi, quindi non servono». Ne ho anche sentita un’altra (vabbè, questa l’ha detta la Bindi, la riporto solo per dovere di cronaca), e cioè che abbassare il cuneo fiscale equivale a «dare soldi alle imprese».

© Istock.com/Alex Slobodkin

Torniamo alle cose serie . Il governo Prodi tagliò il cuneo fiscale per 14 miliardi e “fu inutile”. L’espressione è contestabile, perché nessuno può dire (come noto io diffido degli economisti quando si fanno fattucchiere) come sarebbe andata l’occupazione senza quel taglio del cuneo fiscale. Ma ammettendo anche che “fu inutile” tagliare il costo del lavoro di 14 miliardi, e ammettendo, ovviamente, che ancora a meno servirebbe tagliarlo di 5 miliardi, il punto è un altro. La proposta alternativa per utilizzare quei 5 miliardi resi disponibili (oddio, “disponibili” è una parola grossa) dal governo Letta è quella di investirli, ad esempio, nella banda larga. Lo ha detto Peter Gomez, direttore del sito del Fatto Quotidiano a Piazza Pulita di Corrado Formigli. A parte il fatto che 5 miliardi sono pochi per fare qualsiasi cosa , anche per costruire una rete in banda larga (per la quale, come stimato da Francesco Caio in un suo famoso studio, servono dai 15 ai 20 miliardi) la domanda è un’altra: su quale base lo Stato decide di investire nella banda larga e non, ad esempio, in un nuovo rigassificatore? O, per fare un altro esempio, in una autostrada in Sardegna (non ne ha nemmeno una)? O, ancora, per il Ponte sullo Stretto? Io penso che lo Stato decida dove investire i soldi che ha a disposizione sulla base delle spinte lobbistiche di vari gruppi di pressione. Chi riesce a incidere di più sulle decisioni governative, attraverso la promessa di voti o di sostegno a un particolare leader, riesce a spuntare la fetta più grossa degli investimenti. Questo è discriminatorio e antidemocratico perché crea disparità di trattamento tra i cittadini e tra le imprese.

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LA RIDUZIONE DEL CUNEO FISCALE È GIUSTA DAL PUNTO DI VISTA DEMOCRATICO. LE TASSE SERVONO, MA MENO SONO MEGLIO È

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Certo, la scelta su dove investire potrebbe essere legata al calcolo sul ritorno economico dell’investimento, cioè, si potrebbe decidere dove impiegare il denaro sulla base del Roi, ma, come Giulio Sapelli, io sono dell’idea che uno Stato non debba e non possa essere gestito come un’impresa , altrimenti, basandoci sul Roi, lo Stato dovrebbe impiegare quei 5 miliardi per aprire immensi locali di slot machine o casinò in tutta Italia.
La riduzione del cuneo fiscale è giusta dal punto di vista democratico. Siccome le tasse sono un ostacolo (beh, non tutte, e non tutte alle stesso modo, alcune possono perfino essere stimolatrici) allo sviluppo, ma siccome sono indispensabili per sostenere le persone in difficoltà e per realizzare infrastrutture di cui tutti godiamo (giustizia, scuola, sanità), occorre che ci siano, ma meno ce ne sono e meglio è. Abbassando le tasse le persone e le aziende sono più libere di fare impresa e creare sviluppo e occupazione. Il quale sviluppo non viene dallo Stato, ostaggio, soprattutto quello italiano, di corporazioni, lobbies e conventicole, ma solo il privato. Dagli imprenditori. Dalle persone. Da me e da te.

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Senza rete

Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete . E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti . E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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