Banche, visto che ci siete, battete un colpo

Nelle scorse settimane non è uscita sui giornali una notizia importante. Un pool di nove banche si è impegnato a concedere una linea di credito di un miliardo e 250 milioni di euro alla municipalizzata milanese A2A per realizzare un’operazione finanziaria pura e semplice, cioè l’acquisto di una quota di minoranza di un’altra società, Edipower.

Banconote © GettyImages

Non l’avete letta, vero? Eppure è importante, perché significa che nei forzieri delle banche i soldi per la finanza ci sono. E producono buoni utili. Il più grande istituto italiano, Intesa Sanpaolo, ha pubblicato una trimestrale con profitti in crescita del 21% a quota 804 milioni, il miglior risultato da due anni a questa parte. Nello stesso periodo di tempo l’economia italiana, rappresentata dal Pil, è scesa dello 0,8% certificando che il Paese è in recessione. La dicotomia tra Paese in crisi e banche in salute è spiegata solo con la predilezione degli istituti per il trading finanziario come, appunto, il miliardo e 250 milioni assicurati ad A2A.
Il Paese, comprensivo di industrie e famiglie, si dibatte in una crisi che dà «segni a volte gravi di incrinatura della coesione sociale», come ha detto allarmato il premier Mario Monti. È accettabile che le banche si dichiarino estranee a questa sofferenza? Il solo porre la questione è ritenuto dai sacerdoti del mercato un reato passibile di denuncia al supremo tribunale della modernità. Ma io tengo di più alla “coesione sociale”, in mancanza della quale ogni deriva anche terroristica è possibile, che ai bilanci delle banche. Il mondo è ancora in piedi, seppure claudicante, solo perché nel 2008-2009 i politici dei maggiori Paesi industrializzati hanno deciso di buttare al macero tonnellate di teorie economiche e hanno salvato le banche che fallivano a ritmo quotidiano. Hanno pensato al bene comune.
Oggi la situazione è un po’ diversa: sono gli Stati a essere sull’orlo del crack. Oggi occorre che ogni banchiere senta su di sé la responsabilità della coesione sociale e invece di incentivare operazioni finanziarie che non creano un solo posto di lavoro, lavori per permettere alle aziende italiane di continuare a esistere. Poi ci sarà tempo di discutere sulle colpe, sugli imperdonabili errori della politica, su chi ha innescato tutto questo. Avremo tempo di parlarne, dopo. Ora servono “hombre vertical”. Dimostrino di esserlo.

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Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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