E poi dicono meritocrazia...

In una grande banca del Nord produttivo ed efficientista è stato firmato un accordo sindacale molto innovativo. La banca, molto attenta al ritorno sugli investimenti, deve mandare a casa 4.700 persone a partire da quelle che hanno maturato l’età pensionabile (o prepensionabile) e i contributi necessari. La grande banca, molto internazionale dove si parla solo inglese per distinguersi da tutti i concorrenti molto più “italiani”, ha giustamente respinto con sdegno una proposta medievale dei sindacati che più o meno diceva così: tu manda a casa un po’ chi ti pare, ma i nuovi assunti devono essere i figli delle persone che mandi in pensione. La banca, molto attenta alla selezione del personale, ha sdegnosamente rifiutato un’avance così poco british. Poi, però, si è ricordata di essere anche molto democratica e ha promesso che avrà un occhio di riguardo per i fortunati discendenti della casta bancaria. I sindacati hanno fatto un po’ di ammuina, perché non è esattamente questo quello che volevano, ma siccome si sono trovati di fronte ad una banca decisa a mantenere la propria autonomia e per nulla incline ad accettare compromessi, hanno accettato. Così la banca, che della meritokrazia (con la “k” per sottolineare il concetto) ha fatto una fede, assumerà, a parità di curriculum, figlio di un proprio dipendente invece che il figlio di un dipendente di qualcun altro. A questo punto il dipendente di qualcun altro, magari di una banca concorrente, avrà buon gioco a fare pressione sui propri sindacati per ottenere dalla banca che lo vuole mandare in pensione l’identica concessione a favore del proprio figlio, perché se lo ha fatto la prima banca non si vede perché non lo dovrebbe fare la seconda. E i figli dei dipendenti di qualcun altro? Anche i loro padri avranno tutto il diritto di ottenere, sotto la minaccia magari di molto meritokratici scioperi, di vedersi riconosciuto l’identico privilegio. E così via: in una spirale senza fine che trasformerà il posto di lavoro in una sorta di bene ereditabile: “Caro figlio: ti lascio la macchina, la casa e i miei risparmi. Il lavoro lo lascio a tuo fratello”.Io non ce l’ho con i sindacati, anche se dopo aver firmato l’accordo a Pomigliano, mi aspettavo un cambio di rotta. Io ce l’ho con la banca. Che poi ci viene a dire che l’Italia è poco competitiva, non c’è la mobilità sociale e, soprattutto, manca la meritokrazia (sempre con la “k”).

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Senza rete

Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete . E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti . E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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