Emma vuole il biberon di Stato

Emma Marcegaglia - © GettyImages

Ogni volta che Emma Marcegaglia parla lo fa per chiedere la protezione pubblica. Risuonava ancora nell’aria il suo appello a Giulio Tremonti al quale chiedeva, nel settembre dell’anno scorso, «soldi veri» per far ripartire la ripresa che è arrivato il suo lamento «le imprese sono sole». È un atteggiamento identico a quello di chi, studenti, professori, sindacati, chiede “certezze” e “garanzie” di Stato sul proprio futuro dopo l’approvazione della riforma (chiamiamola così) della scuola. È stucchevole sentire ovunque di persone la cui massima aspirazione è quella di essere prese per mano dallo Stato perché gli risolva i problemi. Quando poi sono gli industriali a farlo è perfino deprimente. E siccome la Marcegaglia, quando parla, lo fa interpretando un sentimento che è diffuso tra le grandi imprese iscritte a Confindustria, tutto ciò diventa sconfortante. O forse la Marcegaglia non interpreta questo sentimento comune?
Venisse indicato qualcosa di concreto, un obiettivo raggiungibile, un tema per il quale proclamare uno sciopero degli imprenditori, una protesta, una mobilitazione generale, un referendum. Quelle della Confindustria sono semplici lamentazioni di chi vuole il biberon pubblico perché non è in grado di prenderselo da solo.
Ha fatto bene Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, a ribattere, pochi giorni dopo, che, quando ha dovuto combattere la battaglia dei referendum di Pomigliano e Mirafiori, è stato lasciato solo proprio da quella Confindustria che non ha mai preso una posizione chiara e inequivocabile su quei referendum. La Marcegaglia non ha avuto il coraggio di dire chiaramente che stava con il suo associato, il suo più importante associato, tanto è vero che Marchionne le ha detto bye bye ed è uscito dall’organizzazione.
Ciò che la Confindustria deve fare è indicare un obiettivo ai suoi e al Paese e smetterla di piagnucolare soldi pubblici. Non per dare consigli, ma che ne pensa la Marcegaglia del fatto che le liberalizzazioni diventino un’ossessione quotidiana? E che il merito diventi l’unico metro di giudizio di persone e imprese? Che la burocrazia venga, non tagliata, ma fatta a pezzi? La Confindustria, se vuole fare il bene del Paese e delle sue aziende, deve chiedere, esigere e pretendere la libertà per ognuno di intraprendere. Questa è l’unica cosa che oggi, in Italia, un’associazione degli industriali è chiamata a fare. Il resto sono solo lacrimucce da bambini viziati dal protezionismo, dalle svalutazioni competitive e dalle mille tutele pubbliche, disegnate per le grandi imprese. Tipo quella della Marcegaglia.

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Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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