Europa non vuol dire per forza euro

L’Europa è in crisi non perché ce n’è troppo poca, ma perché ce n’è troppa. È la frase che ha pronunciato in un bel convegno a Roma Michael Wohlgemuth, dell’Istituto Walter Eucken di Berlino, un think tank economico sociale che prende il nome da uno dei padri dell’Economia sociale di mercato. Il convegno è stato organizzato dalla rappresentanza italiana della Fondazione Konrad Adenauer e dall’Università Lateranense nella persona del professor Flavio Felice, probabilmente il maggior studioso italiano di Economia Sociale di Mercato.

Europa © GettyImages

Wohlgemuth, docente di Politica economica, ha anche aggiunto che i padri dell’Economia sociale di mercato non avrebbero mai firmato i Trattati di Roma, non avrebbero mai nemmeno immaginato di far nascere l’euro, che è un «chiaro fallimento». E non lo avrebbero fatto non perché nazionalisti, ma perché profondamente liberali. Non ha infatti alcun senso immaginare di omologare 27 economie europee sotto l’ombrello di un unico stilema economico. E non ha senso non solo dal punto di vista storico, ma nemmeno sotto il profilo logico: perché al posto di 17 modelli economici in concorrenza tra loro, ce n’è uno solo. L’euro ha ucciso le diversità ed eliminato la possibilità che la realtà potesse incaricarsi di mostrare qual era il modello migliore (per il benessere dei cittadini, non quello delle banche), più sostenibile nel lungo periodo, più duttile, adattabile alle circostanze, più adeguato a rispondere ai cambiamenti.
Insomma, è stato un attacco all’Unione come non mi sarei mai aspettato. Certo, avevo letto Darhendorf, secondo il quale o si punta ad avere l’Europa unita o si punta ad avere la democrazia, perché le due cose insieme non possono stare; e sapevo che lo diceva in scienza e coscienza, dato che non solo è uno dei maggiori politologi viventi, ma è anche stato commissario europeo. Tuttavia di trovare uno studioso tedesco che, mentre critica la Merkel, critica anche chi lo tiene in vita con la maschera a ossigeno (visto che è l’Ue a mandare in giro per il continente una pattuglia di burocrati - chiamati elegantemente “troika” - incaricati di ammaestrare interi popoli su come debbono comportarsi con i loro soldi se vogliono un aiutino comunitario), beh, questo francamente non me l’aspettavo.
Credo che la nuova stagione politica possa segnare l’uscita dalla clandestinità di posizioni nette come questa. Ci si può finalmente dichiarare euroscettici senza per forza essere indicati come berlusconiani. E, se il conformismo di sinistra lo permetterà, chi è euroentusiasta potrà misurarsi nell’arena delle idee senza i paraocchi delle convenienze politiche. E così si potrà essere contro l’Europa federale alla Bonino (e anche alla Letta) senza dover chiedere scusa ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e a tutta l’isola di Ventotene. Quando tutto questo succederà (e a quanto pare in Germania è già successo, basta vedere i sondaggi del partito antieuropeista “Alternativa per la Germania”), il dibattito intorno alla utilità dell’Europa unita (e/o federale), dell’euro, della Commissione, dei sussidi decisi da Bruxelles, della troika, dell’unione politica, bancaria, fiscale, uscirà dal ghetto delle opinioni impresentabili. Sarà (sempre troppo tardi) un bel giorno per la democrazia.

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Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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