Gaffes mica da ridere

Il mio personale indice di gradimento del governo Monti sta scendendo. Troppe marce indietro (liberalizzazioni), troppi cedimenti alla partitocrazia (nomine), troppa gente nel suo governo proveniente dal sottobosco affaristico il cui ultimo pensiero è il bene comune. Personalmente aspetto ancora la semplificazione della vita alle imprese e ai cittadini, il taglio alla burocrazia e quella che io considero “la” riforma: quella meritocratica, che è poi l’unica che davvero serve al Paese.

Mario Monti © GettyImages

Poi ci sono le gaffes. La frase: «Il posto fisso è monotono», detto all’inizio di un anno in cui il Pil scenderà, secondo il Fmi, del 2,2% e nel quale il problema principale non sarà la mobilità del lavoro, ma la creazione di nuovi posti (impossibile rendere mobile ciò che non c’è) è stata una una caduta di stile. E lo dice uno che l’articolo 18 lo eliminerebbe domani. «Chi a 28 anni non è laureato è uno sfigato» è stata (per mille motivi che sarebbe troppo lungo elencare) un’altra caduta di stile soprattutto perché fa discendere un giudizio morale (o qualcosa del genere) dal libretto universitario. Il rischio vero è che queste gaffes nascondano il nervosismo dell’impotenza; quello che fa dire che cosa si vorrebbe fare perché non si riesce a fare ciò che si dovrebbe fare. Si vorrebbe che gli italiani fossero più “mobili” e che cambiassero lavoro più volte nel corso della vita, ma fino a quando i costi del trasferimento resteranno così alti, per un single o per una famiglia, spostarsi da una città all’altra resta impossibile. Si vorrebbe che ci si laureasse prima, ma fino a quando non si abolisce il valore legale del titolo di studio lo studente non è incentivato ad aumentare velocemente le proprie competenze nelle Università migliori (quelle che, se vai fuori corso, ti espellono). Si vorrebbero fare tante altre cose, ma sono difficili da fare e così spesso ci si accontenta di descrivere «il mondo come volontà e rappresentazione» (come direbbe Schopenhauer). Ecco, da sempre le gaffes di un ministro, non solo di quelli di questo governo e non solo dei governi italiani, rivelano una certa dose di impotenza a intervenire nella realtà. Per questo quando vengono pronunciate non bisogna né ridere né indignarsi. Bisogna preoccuparsi.

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Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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