I "sentimenti morali" contano

Giuliano Poletti © Getty Images

Giuliano Poletti

Per essere un bravo imprenditore occorre prima di tutto essere una brava persona. (Nota: non definisco il termine “bravo imprenditore” e “brava persona” perché ognuno ha il proprio standard, anche se, insomma, ci siamo capiti a cosa mi riferisco).
Questa semplicissima premessa è totalmente sconosciuta agli economisti, per i quali i comportamenti che discendono dai “sentimenti morali”, per dirla con Adam Smith (che va citato tutto), non devono/possono essere presi in considerazione quando si parla di economia perché non sono misurabili e, soprattutto, prevedibili. Per loro una brava persona che fa l’imprenditore, e che agisce oltre, al di là e meglio di quanto la legge gli impone di fare, è una errore statistico, non un esempio.
Questo è il motivo dell’opposizione al decreto del ministro del Lavoro Giuliano Poletti (in foto), che permette contratti a termine fino a tre anni senza causale. La critica è che, in questo modo, una persona può subìre contratti a tempo determinato della durata di un solo giorno anche per tutta la vita. Vero. Peraltro l’alternativa proposta, quella del contratto unico a tutele crescenti, non impedisce lo stesso fenomeno: una persona che viene assunta con questo contratto il martedì, può essere licenziata il mercoledì a meno che, appena assunta, non si stabilisca che non sia più licenziabile, ma questo significa abolire per legge tutti i contratti a tempo determinato e permettere alle imprese di assumere solo a tempo indeterminato. Ed è forse questo l’obiettivo della Cgil e della Fiom, fino a ieri contrarie a questo tipo di soluzione. Chi sostiene il contratto unico a tutele crescenti, insomma, non risolve il rischio della precarietà “all life long”.

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PER GLI ECONOMISTI UN IMPRENDITORE CHE AGISCE MEGLIO DI QUANTO LA LEGGE GLI IMPONE È UN ERRORE STATISTICO

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Ciò che non mi è chiaro, tuttavia, è perché mai un imprenditore dovrebbe assumere a tempo determinato una persona e poi licenziarla il giorno dopo. Ovviamente non mi aspetto che economisti accademici (spesso assunti a tempo indeterminato da università pubbliche) siano in grado di spiegarmi dinamiche aziendali delle quali non conoscono l’Abc, se non per sentito dire, e quindi l’unico modo è considerare l’esperienza. Bene: la mia risposta è che non c’è nessun motivo per il quale un imprenditore assuma e licenzi persone a ripetizione e, quindi, non c’è nessun motivo per paventare rischi, che non esistono, in nome di una standardizzazione del rapporto di lavoro che non ha alcun senso in Italia, la cui economia è costituita al 92% da piccole e medie imprese nelle quali il rapporto tra datore di lavoro e dipendente è di tipo (stavo per scrivere “qualità”, ma mi trattengo) infinitamente diverso da quello che gli economisti si immaginano. Il piccolo imprenditore non è un automa impersonale, figura tipica delle grandi e grandissime aziende, ma è una persona che tiene alla propria impresa quasi quanto tiene ai propri dipendenti. Certo, non tutti, solo le brave persone sono così. Gli altri non assumono neppure, pagano in nero. E non è certo il contratto unico di lavoro che convince gli imprenditori farabutti a diventare brave persone. Ha solo l’effetto di scoraggiare le brave persone ad assumere.

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Senza rete

Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete . E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti . E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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