Il contratto non può essere unico se le imprese sono diverse

Lavoro © GettyImages

Il contratto unico di lavoro non mi convince. Per niente. La proposta, capisco, è affascinante: sfoltisce la complessità, riduce la burocrazia, l’incertezza e, sulla carta, rende tutti uguali. Ma è esattamente questo il punto che non mi convince: le imprese italiane sono tutte uguali? E le persone in cerca di lavoro, sono tutte uguali?
La struttura economica italiana è fatta al 92% da piccole e medie imprese e solo dall’8% da grandi e grandissime aziende. In quel 92% c’è di tutto: dalle cooperative alle micro imprese, da quelle di servizi a quelle di produzione, dalle ditte individuali alle startup (sempre meno, purtroppo) fino anche alle aziende non profit, che iniziano a rappresentare una fetta importante dell’economia. È difficile sostenere che hanno tutte esigenze uguali e cercano tutte lo stesso tipo di lavoratore. C’è chi cerca lo stagionale e chi l’iper specializzato, chi il dipendente che lavori attorno a un progetto senza magari sapere nemmeno se quel progetto si tradurrà poi in un prodotto, e chi cerca giovani da formare. Siamo sicuri che imporre a tutte le imprese italiane e, quindi, a tutte le persone in cerca di lavoro, un solo contratto sia ciò che le imprese desiderano?
A me pare una proposta un tantino dirigista. Vorrebbe semplificare una realtà complessa invece di prendere atto che la complessità è un valore e non un difetto . Faccio un esempio: il fatto che la Banca Popolare di Milano sia una cooperativa quotata in borsa e che abbia un modello di governance diverso da quello della stragrande maggioranza delle altre banche italiane quotate, è un vantaggio per il sistema, non un suo accidente. Capisco che gli economisti e i grandi economisti non sopportino che a eleggere il presidente siano i sindacati (e anche a me non piace particolarmente), ma se il modello funziona, quale è il problema?
Così il fatto che nel sistema economico italiano convivano la cooperativa e la multinazionale è una ricchezza per tutti, non un problema. Imporre che tutti siano uguali è dirigismo puro e semplice perché si impedirebbe all’azienda, ma anche al lavoratore, di scegliere il contratto che in quel particolare momento, in base a quelle particolari esigenze è più adatto a rispondere ai bisogni dell’uno e dell’altro.
Semmai il problema è che il coltello dalla parte del manico è troppo spesso nelle mani dell’impresa che, in momenti di stallo della crescita dell’occupazione, ha più potere di imporre il modello che le è più favorevole. Cioè: il problema è la precarietà. Ma come fa il contratto unico di lavoro, che permette di licenziare anche senza giusta causa il dipendente nei primi mesi o anni di contratto a risolvere il problema della precarietà, beh, questo è un mistero.

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Senza rete

Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete . E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti . E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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