Il falso moralismo della Merkel

Merkel-Migranti © Getty Images

Il cancelliere tedesco Angela Merkel si concede il tempo per un selfie con un immigrato

La prima solidarietà verso chi è stato costretto ad abbandonare la propria terra è restituirgli la possibilità di tornare. Accogliere un profugo, un migrante, un clandestino o come lo si voglia chiamare è certamente un dovere morale, un dovere morale assoluto, ma ciò che sta succedendo in Europa, con la Merkel che ha aperto le frontiere, non ha nulla di morale. È moralismo condito da una falsa e pelosa commozione. Io, infatti, agli Stati che si commuovono non ci credo. E ancor meno credo ai politici che si commuovono. Credo, invece, che un politico prenda le sue decisioni calcolando i pro e i contro politici ed economici.

Il calcolo politico riguarda il fatto che il tema dell’immigrazione è una di quelle quattro o cinque grandi questioni sulle quali si vincono o si perdono le elezioni. E un politico le elezioni le vuole vincere. Un politico che prende una decisione come quella che ha preso la Merkel evidentemente ha scoperto (i sondaggi si fanno anche in Germania) che il rischio politico di tenere chiuse le frontiere era superiore al rischio politico di mostrarsi aperto e accogliente. Poi c’è un calcolo pratico che è altrettanto semplice. Nel 2013 la Germania aveva 80 milioni di abitanti. Secondo le proiezioni della Banca Mondiale ne avrà circa 78 nel 2025. Significa che Berlino non potrà mantenere gli standard di vita che ha oggi se i suoi abitanti continuano a calare.

E se gli standard di vita si abbassano, un politico perde le elezioni. Perciò la Merkel ha calcolato che accogliere i profughi, con particolare riguardo verso i siriani, fosse conveniente per la Germania.

È, infatti, impossibile che la Merkel che abbassa le frontiere sia la stessa Merkel che ha fatto piangere una bambina palestinese del Libano in diretta Tv dicendole che doveva tornare a casa perché in Germania non c’è posto per tutti. Ed è impossibile che la Merkel che accoglie i profughi sia la stessa che ha contribuito a far fallire tutti i vertici europei che avevano a tema l’emergenza immigrazione: sia quelli tenuti durante il semestre italiano di presidenza della Ue sia i due del 2015, aprile e giugno. A meno che non si voglia credere alla favola di una donna d’acciaio che si lascia commuovere dalla foto del piccolo Aylan di appena tre anni, morto sulla spiaggia della Turchia mentre non ha fatto un plissè mentre centinaia di uomini, donne e bambini affogavano nel Mediterraneo scappando da guerre e miseria. Per un politico è molto più scenografico mostrarsi commosso per il corpo senza vita di un bambino di tre anni perfettamente fotografato che per un barcone che affonda del quale non esistono immagini. È più facile mostrarsi umano di fronte ad Aylan la cui immagine ha fatto il giro del mondo che di fronte alla gola di un cristiano che nessuno ha mai visto recisa.

Questa commozione a intermittenza è stomachevole. È rivoltante. Quel povero bambino è stato usato. Anche da morto, per giustificare un calcolo politico ed economico che con la solidarietà non ha nulla a che fare.

La Merkel è davvero una grande donna politica. La più grande del XXI secolo. Fosse immortale vincerebbe tutte le prossime elezioni tedesche. E ci riuscirebbe non solo perché accoglie i profughi, ma perché nessuno, in Germania come nel resto dell’Europa, è interessato a muovere un solo dito per restituire ai profughi le loro case nelle loro terre in pace e in sicurezza, che è l’unico modo per evitare che altri Aylan scappino e muoiano sulle spiagge dell’Europa. E, infatti, lei non muove un dito. È davvero indegno. Scusa, Aylan.

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Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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