Il pensiero unico liberista è morto (era ora)

I liberisti duri e puri hanno perso. Una sconfitta totale e assoluta dalla quale non si riprenderanno per molti anni, probabilmente per decenni. Sono i cantori dell’economia di carta, gli schumpeteriani della distruzione creatrice, del fallimento salutare, della competizione darwiniana. Sono quelli che hanno tifato per il fallimento della Lehman Brothers, di tutte le banche in difficoltà perché “non si possono usare soldi pubblici per salvare chi si è comportato male”. Teoricamente vero, ma praticamente devastante. Poi, visti gli effetti delle loro teorie sulla vita delle persone di tutto il mondo, gli è venuto qualche dubbio nel momento in cui si doveva decidere del salvataggio della Grecia e dell’Irlanda e ora nessuno è più disposto a sostenere la tesi secondo la quale se qualcuno fallisce “peggio per lui”. Perché in un’economia mondializzata quando qualcuno fallisce è peggio per tutti. È finito, ed era ora, il pensiero unico liberista che ha ammorbato la discussione politica convincendo politici in cerca di legittimazione accademica che era giusto lasciare che il mercato facesse il suo corso, anche se doloroso, ed è stato sostituito da un pensiero polivalente in base al quale prima si studiano gli effetti di una decisione (o di una non-decisione) e poi, eventualmente, la si assume. Prima si pensa cosa significherebbe il fallimento di uno Stato e poi, eventualmente lo si fa fallire. È un atteggiamento più realista, più concreto, più attento al benessere delle persone. È finita l’era delle teorie scolastiche applicate alla realtà, dei proclami ideologici ai quali i governi, i parlamenti, i policy makers dovevano adeguarsi pena la scomunica dei sacerdoti dell’economia che non hanno mai visto una fabbrica, ma sempre pronti ad accusare chi non la pensava come loro di essere “statalista”. Un’accusa lanciata come fosse un insulto. Chi, negli anni scorsi, sosteneva che lo Stato non è un fastidioso ammennicolo ma il luogo della democrazia e che ai cittadini doveva rispondere e non alle banche centrali, era tacciato di tifare per la manomorta dello Stato. Ora anche quei liberisti senza macchia e senza peccato si sono finalmente resi conto che la realtà è un po’ più complicata di come viene presentata dai loro libri brossurati. Diamogli il benvenuto sul pianeta Terra.

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Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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