Il rebus delle banche

Matteo Rernzi © Getty Images

A giugno del 2015 lo stock di prestiti concesso dalle banche italiane ammontava a 1.623 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 1.578 miliardi del dicembre 2014. Sembra una buona notizia, ma ci sono almeno un paio di “però”.

Primo “però” . Lo stock di crediti delle banche francesi era, a giugno 2015, pari a 5.399 miliardi di euro e quello delle banche tedesche era di 3.403 miliardi.

Secondo “però” . Dei 1.623 miliardi di crediti a giugno 2015 solo il 58% erano stati concessi ai residenti italiani, rispetto al 59% di quelli francesi e al 57% di quelli tedeschi. Siamo più o meno nella media, insomma, ma il fatto è che questa percentuale si sta abbassando abbastanza velocemente: era al 61% a dicembre 2013 e al 59% a dicembre 2014. Il motivo per il quale le banche italiane riducono la quantità di soldi che concedono alle imprese italiane è che il 30% dei crediti che queste hanno ricevuto difficilmente tornerà indietro. I crediti alle pmi sono, in altre parole, la parte più importante di quei 300 miliardi di crediti inesigibili (“non performing loans”) che appesantiscono il sistema bancario italiano .

Il quale, contrariamente a quanto sostiene Matteo Renzi, non è così solido come sembra e il motivo è paradossale : fedeli al loro mandato, diciamo così, “istituzionale”, le banche italiane hanno continuato a dare credito all’economia reale anziché investire in titoli finanziari. Dal punto di vista delle regole europee, i crediti a una pmi sono meno sicuri rispetto a qualsiasi altro investimento, con il paradossale risultato che le banche che hanno finanziato le imprese sono meno solide di quelle che hanno investito in titoli di Stato o in obbligazioni corporate. E l’esperienza dimostra che è proprio così: investire nelle pmi non conviene a una banca: risulta meno solida (e rischia di essere costretta a fare un aumento di capitale) e ha un 30% di probabilità che quel credito non torni indietro.

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È ORA DI METTERE

DA PARTE I TESTI SACRI

DEL LIBERALISMO PER FAR

RIPARTIRE IL SISTEMA

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Un rebus che può essere risolto in due modi. Il primo è che le banche vendano i loro crediti incagliati a società specializzate e il secondo è che lo Stato garantisca, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, quei crediti scorporandoli dai conti delle banche. Nel primo caso il prezzo di realizzo è intorno al 17% (significa che 300 miliardi verrebbero venduti per 51 miliardi). Nel secondo caso occorre il via libera europeo post verifica dell’assenza di aiuti di Stato.

Matteo Renzi e il ministro Padoan hanno scelto, evidentemente, questa seconda strada, da qui lo scontro al calor bianco con il presidente della Commissione Europea Juncker. Questi sono i fatti. Ora l’opinione.

Visto il “modo” con il quale quei 300 miliardi si sono formati (dando credito alle imprese e non giocherellando con i titoli greci come hanno fatto le banche francesi e tedesche) è il caso di mettere da parte i sacri testi del liberalismo duro e puro e sgravare le banche dei crediti incagliati con una garanzia pubblica. Sennò prima o poi la “mano invisibile” del mercato, che tutto aggiusta, ce la ritroviamo infilata in tasca a rovistare nel nostro portafoglio.

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Senza rete

Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete . E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti . E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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