L’educazione conta più di una legge

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«La corruzione politica la si combatte con mezzi politici adeguati, non con i Pater noster». L’ho letta e riletta più volte questa frase. Piero Ostellino, il liberale senza se e senza ma che ha scritto questa sentenza in un suo commento sul Corriere della Sera del 12 aprile scorso, dà sempre ottimi spunti di riflessione. E questa frase è una di quelle sulle quali si potrebbe discutere per giorni, anche se lui la dà per autoevidente. Se «la corruzione politica si combatte con mezzi politici adeguati», bisogna ammettere che dall’inizio della civiltà l’uomo non ha ancora trovato il «mezzo politico adeguato» per «combattere la corruzione politica», dato che tutti i regimi, di tutti i tipi, di tutti i colori, di ogni latitudine, sono corrotti. Chi più chi meno, ma sono tutti corrotti. Se «la corruzione politica si combatte con mezzi politici e non con i Pater noster», significa che i Pater noster non hanno nulla a che vedere con la politica, sono strumenti inutilizzabili. Può essere. Peraltro non riesco a dimenticare la frase scritta, sempre sul Corriere da Francesco Giavazzi alcuni anni fa quando, a proposito della necessità di una certa dose di etica da parte dei banchieri per fare bene il loro mestiere richiamata dall’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, scriveva, «non sapevo che la Sharia facesse parte del Testo Unico della Finanza».

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LE NORME SERVONO, ECCOME, MA NON SARÀ GRAZIE A LORO CHE UNA PERSONA DIVENTA ONESTA

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Le frasi di Giavazzi e Ostellino si equivalgono. Non si è buoni perché si è buoni, ma si è buoni perché una legge ti obbliga a esserlo. Quindi, non importa che tu sia buono o che tu sia cattivo (o corrotto): se una legge ti impone di essere buono, lo sarai. La storia dimostra che non è vero. Non è una legge che impone di essere buono o onesto, ma è l’educazione. Una persona non è corrotta se non vuole farsi corrompere, indipendentemente dalla bontà delle leggi che lo obbligano a esserlo. Un bravo imprenditore è bravo perché è bravo, non perché c’è una legge. Non c’è nessuna normativa che impedisca a un imprenditore di speculare con il cash flow dell’azienda acquistando titoli rischiosi solo per il gusto o il brivido di guadagnare di più di quanto guadagnerebbe se investisse quei soldi in ricerca e sviluppo. Ma chi potrebbe sostenere che quello è un “bravo” imprenditore? Se è bravo, ovvero se non è corrotto dalla sete di guadagno facile, lo è indipendentemente dalla legge. E lui sa, perché tutti noi lo sappiamo, che cosa significa essere “bravi imprenditori”; per cui non c’è bisogno di dettagliare meglio l’espressione.
Il mondo che Ostellino e Giavazzi immaginano, esiste solo sui libri dei mostri sacri del liberalismo storico, ma nella realtà i Pater noster, ovvero l’educazione, servono esattamente per essere onesti imprenditori o onesti politici. Quello che Giavazzi e Ostellino immaginano, è un mondo talmente perfetto nel quale non è necessario essere buoni, perché tutto è demandato alla legge, ovvero alla tecnica legislativa. L’idea che esista una legge perfetta, che una volta trovata possa fare di tutti i politici dei politici onesti, è una pia illusione. Le leggi servono, eccome, ma non sarà grazie a loro che una persona diventa onesta. Al massimo rispetterà la legge, ma non è la stessa cosa; perché se un uomo è corrotto, se è stato abituato, educato, a essere corrotto, lo sarà comunque. Ad esempio: manager e banchieri onesti nascono in Università, dove imparano cosa fare, come reagire davanti a delle situazioni difficili, più che nei codici civili o penali, che devono punire la corruzione. Non possono, per fortuna, imporre a ogni uomo l’etica per legge.

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Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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