La differenza tra un imprenditore di successo e uno fallito

Non ho visto l’inchiesta di Report sulle oche spennate di Moncler, stavo rileggendo Il mistero della carità di Giovanna d’Arco di Charles Peguy. Però ho seguito le polemiche che ha provocato. In particolare quella che ha coinvolto il patron di Prada, Patrizio Bertelli, e Milena Gabanelli. Il primo, un po’ bruscamente, diciamo, l’ha apostrofata come “stupida” perché non capisce che in un mondo globalizzato un’impresa va a produrre dove trova le condizioni migliori; la seconda ha risposto ricordando che Bertelli è indagato con l’accusa di aver eluso il fisco per 470 milioni di euro.
Interessante.

Milena Gabanelli

Milena Gabanelli © Getty Images

Qui non sono due persone che vedono con occhi diversi lo stesso problema, qui sono due culture che sono incomunicanti. Non riescono a capirsi. A parlarsi. Prescindendo dal tema delle oche spennate in Ungheria, delle quali, francamente, il mio interesse è pari a zero, e senza considerare il fatto che le oche vengono spennate senza seguire un preciso protocollo Ue (e già è una notizia il fatto che la Ue abbia un protocollo che spiega come devono essere spennate le oche), il punto vero è che a Moncler viene contestato di andare a produrre dove gli conviene e di vendere il prodotto al prezzo di migliaia di euro che non corrisponde al valore della materia prima.
Ha ragione Bertelli: chi contesta questo non capisce assolutamente nulla del mercato del lusso. Per creare un marchio di fascia alta o altissima gli investimenti necessari sono, in media, pari al 15% del fatturato, un numero incredibilmente alto che giustifica il prezzo del prodotto. Il quale viene comprato non solo per la qualità superiore dei materiali, ma anche perché, appunto, è di lusso. Non è difficile da capire, ma evidentemente la Gabanelli non ci arriva. E non arriva a capire che contestare a un imprenditore di andare a produrre dove gli conviene non è il calcolo cinico di un uomo senza scrupoli, ma l’ovvia decisione di chi, lavorando, intende guadagnare. Per la Gabanelli chi produce all’estero lo fa solo per guadagnare, anzi per guadagnare “troppo”, senza rendersi conto che se quelle oche fossero spiumate in Italia il prodotto finale probabilmente finirebbe fuori mercato o il marchio non avrebbe i mezzi per mantenere alto il valore del prodotto.
Tutte queste scelte, cosa produrre, da dove comprare la materia prima, a che prezzo vendere, dove vendere, sono scelte che fanno la differenza tra un imprenditore di successo e uno fallito. Basterebbe ricordare che fino a pochi anni fa Moncler era un marchio in gravi difficoltà (eufemismo) e che è stato grazie a Remo Ruffini e alla sua genialità che è rinato. Ma ciò che gli si contesta è che lo ha fatto spiumando le oche in Ungheria e non in Italia. Siamo evidentemente ai limiti del masochismo.
La verità è che per la Gabanelli l’imprenditore bravo è quello che si attiene ai sacri testi dell’imprenditoria sociale i quali consentono a una persona di guadagnare, ma non troppo e che non ha diritto di parola se ha un contenzioso con il fisco. Come Dolce & Gabbana, poi assolti. In altre parole, per la Gabanelli l’imprenditore buono è solo l’imprenditore fallito.
In Italia, ovviamente.

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Senza rete

Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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