La filosofia lasciamola ai filosofi

Ho l’impressione che stiamo discutendo del nulla. Stiamo discutendo se l’Italia crescerà dello 0,7 o dello 0,8% l’anno prossimo e se nel quarto trimestre di quest’anno la tendenza al declino economico si fermerà oppure no. Nello stato in cui si trova il Paese questa è filosofia, dettagli utili per gli uffici studi per testare la solidità dei loro modelli previsionali. Per le imprese e per i loro dipendenti è pura filosofia.

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Dal 2007 alla fine del 2012 l’Italia ha perso circa il 7% del Prodotto interno lordo e se, appunto, le previsioni sono esatte arriveremo a un meno 8% alla fine di quest’anno. Non voglio annoiare citando l’aumento della disoccupazione nello stesso periodo, l’aumento del debito pubblico e varie altre amenità. Il punto è il Pil che cala, tutto il resto è una conseguenza. Di fronte a un crollo così marcato della produzione sostenere, entusiasmandosi, che la recessione sta finendo sfiora l’illusionismo. Io non mi aspetto che il governo “produca” il Pil, ma mi aspetto, almeno, che agevoli le imprese a farlo mentre invece vedo solo qualche piccolo aggiustamento nella distribuzione di quella poca ricchezza che c’è e di quelle molte tasse che ci sono. Cambia il mix ma il risultato non cambia: la ricchezza non aumenta e le tasse non calano. L’unico effetto è quello di dare, appunto, l’illusione, che il governo stia facendo qualcosa. Ma se in un Martini dry ci si mette un po’ più di 2/3 di di vermouth dry e un po’ meno di tre parti di gin, il risultato è sempre quello: cambia un po’ il gusto ma sempre un Martini dry resta. Se vogliamo cambiare cocktail dobbiamo cambiare gli ingredienti.
Se invece di fermare la recessione vogliamo davvero agganciare la ripresa, occorre ribaltare la filosofia della sopravvivenza e cominciare a pensare a come far crescere l’Italia, stabilmente, di almeno il 2% l’anno per cinque anni. Questo è l’unico dibattito serio e solo su questo si misura la consistenza dell’esecutivo e la sua forza di cambiamento. Cambiamento finalizzato non a “produrre” lui stesso Pil (impossibile), ma a permettere che altri lo facciano. Crescere stabilmente del 2% per almeno cinque anni significa riformare la giustizia, la scuola, sostituire la cassa integrazione e le altre forme di protezione sociale con un sussidio di disoccupazione per tutti e fluidificare l’ingresso e l’uscita dal posto di lavoro rendendo le regole più semplici. E semplificare le leggi sul lavoro non significa danneggiare i dipendenti, ma rendere inutile la burocrazia. Poche settimane fa su un grande quotidiano c’era una pubblicità per una nuova iniziativa editoriale che veniva lanciata con questo titolo: “La legge sul lavoro spiegata in dieci volumi”. Se un Paese ha bisogno di dieci volumi per spiegare le leggi sul lavoro significa che quel Paese è condannato dalla storia oltre che dalla logica. Perché quei dieci volumi fanno la gioia dei burocrati, profitto per le imprese peggiori ma il danno dei lavoratori e delle imprese migliori. Disboscare questa giungla legislativa che serve solo a ingrassare gli apparati dovrebbe essere la vera priorità di un Paese che si pone obiettivi ambiziosi. La filosofia lasciamola ai filosofi.

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Senza rete

Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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