La promessa mantenuta di Marchionne

Anche chi non ha lesinato critiche a Sergio Marchionne per i suoi nove piani industriali mai rispettati; per il fascino che su di lui hanno sempre esercitato i sussidi pubblici; per i tanti stop and go, contraddizioni quando non proprio vere e proprie bugie che hanno caratterizzato i suoi primi dieci anni alla guida della Fiat poi diventata Fca, non può restare indifferente all’ultima mossa del capo della più grande industria privata italiana.

Sergio Marchionne © Getty Images

Anche chi lo ha attaccato per aver distrutto l’identità italiana della Ferrari, il marchio commerciale più famoso del mondo, svuotandola non solo della liquidità che aveva in cassa ma addirittura appesantendola di 2,2 miliardi di debiti, ecco, anche chi ha sempre pensato che Marchionne ha sempre avuto in mente, certamente obbligato dalle condizioni di mercato, di salvare la Chrysler e ridimensionare la Fiat, con abbondanti innaffiature di soldi pubblici italiani, europei e americani, deve oggi riconoscere che una delle promesse che il capo della Fca ha fatto è stata mantenuta: nello stabilimento di Melfi verranno assunte 1.500 persone (alcune centinaia provenienti da altre fabbriche del Sud) per produrre la Jeep Renegade e la 500X. Bene.

Sarebbe un po’ meschino ricordare quante sono le persone che in tutte le altre fabbriche italiane sono ancora in cassa integrazione e che la promessa di Marchionne resta quella di riportare in fabbrica tutti i dipendenti italiani, e che entro il 2018 ha promesso di vendere 400 mila Alfa Romeo. Meschino, quindi evito.

 

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DALLA CRISI NON SI ESCE
SE L’IMPRESA ATTENDE
LE RIFORME SENZA FARE
IL PROPRIO DOVERE

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Piuttosto bisogna chiedersi perché la Fca assuma 1.500 persone in più a Melfi. La risposta è molto interessante: a Melfi verranno prodotti la Jeep Renegade e la 500X che saranno vendute in tutto il mondo, cioè in circa cento mercati. Questo insegna molto. Il mercato italiano ed europeo non autorizza un aumento produttivo, e se si vuole restare vivi, e anzi crescere, ovviamente non ci si può che rivolgere che ai mercati esteri. Seconda domanda: ma l’Italia è competitiva rispetto ad altri siti produttivi? Perché Marchionne ha scelto Melfi e non lo stabilimento turco o polacco? Lui risponde che queste assunzioni sono state possibili grazie al Jobs act e, in particolare, all’introduzione del contratto di lavoro a tutele crescenti. Difficile dire dove finisce l’endorsement verso il governo (la Fiat è governativa per definizione) e dove inizia il calcolo economico, ma quello che è certo è che il contratto a tutele crescenti è certamente un’innovazione importante, ma che è sostanzialmente inutile per quelle imprese che puntano a utilizzarlo per aumentare il proprio business sul mercato interno. In questo caso resta più competitivo il lavoro a tempo determinato. Export e nuovo contratto di lavoro sono due cose che devono per forza andare insieme: solo l’uno o solo l’altro non servono a nulla. E questo significa anche che qualsiasi “riforma strutturale” che qualsiasi governo mettesse in campo sarebbe inutile se non fosse accompagnata dalla decisione delle imprese di usufruirne. Cioè: dalla crisi non si esce se l’impresa attende le riforme e se il governo accusa le imprese di non fare il loro dovere. Melfi dimostra che quando ognuno dei due fa il proprio dovere, le assunzioni arrivano. Anche più di quelle previste.

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Senza rete

Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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