Lavoro o salute? Entrambi

C’è un certo imbarazzo a parlare del caso Ilva. Perché ciò che è successo (il sequestro dell’impianto per decisione della magistratura e l’arresto di otto dirigenti per disastro ambientale) mette in contrapposizione due beni essenziali: il lavoro e la salute. Chi sta con i magistrati difende il secondo valore, chi sta con gli operai difende il primo. Tertium non datur: non si può solidarizzare con gli operai che rischiano la cassa integrazione e contemporaneamente dire che la magistratura ha fatto bene a sequestrare l’impianto che li avvelena. Un dilemma vero sul quale, proprio perché non è riducibile a slogan, la discussione pare essersi fermata allo sgomento.

Sindacati © GettyImages

Il primo punto da chiarire subito è che le emissioni dello stabilimento Ilva di oggi sono molto meno nocive di quelle che erano dieci o 20 anni fa e che non è vero, quindi, che non si sia fatto nulla per evitare il dilemma tra salute e lavoro. Il secondo punto da chiarire è che si poteva fare ancora di più, molto di più, e che se non lo si è fatto è perché la politica è stata terrorizzata dal rischio che vincoli troppo stringenti alle emissioni potesse significare la decisione da parte della proprietà di chiuderlo, l’impianto. O di ridimensionarne la produzione. Se la politica è succube di questo ricatto è perché le regole, in Italia, in campo ambientale soprattutto, sono talmente burocratiche da poter essere interpretate. E quando le leggi possono essere interpretate non c’è la certezza del diritto. E quando non c’è la certezza del diritto è l’arbitrio a stabilire che cosa si può e cosa non si può fare. E se è l’arbitrio, ogni politico può usare le leggi a proprio vantaggio. In questo caso, siccome un posto di lavoro oggi conta di più sul mercato elettorale di un mancato tumore domani, è ovvio che i decisori ultimi delle politiche ambientali propendano, nel dilemma, verso una scelta che torni a proprio vantaggio, cioè il lavoro oggi. È quello che è successo non solo all’Ilva di Taranto, ma anche all’Alcoa in Sardegna e a chissà quanti altri casi in Italia.
A un certo punto il giocattolo si rompe e interviene la magistratura, che è stata cieca per decenni e che solo ora scopre il problema dell’inquinamento di Taranto. Ma mentre si dice che la magistratura ha fatto bene a intervenire (e io sono tra quelli che la pensano così), non ci si può non rammaricare del fatto che se l’Ilva è sotto sequestro è perché i politici hanno interpretato le leggi a loro piacimento. La magistratura interviene perché chi avrebbe dovuto farlo non lo ha fatto.
Se la soluzione a medio termine è togliere dalle mani dei politici ogni potere di intervento in campo ambientale (perché non possono essere loro a decidere quanti tumori domani vale un posto di lavoro oggi), e se la soluzione a lungo termine è quella di bonificare integralmente l’area dell’Ilva, la soluzione a brevissimo termine è quella di impiegare quei lavoratori proprio nei lavori di bonifica. Spendendo quello che c’è da spendere. Perché non può nemmeno essere la crisi a determinare quanto veleno i tarantini debbono respirare per poter lavorare. Non imbruttiamoci fino a questo punto.

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Senza rete

Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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