Libertà addio. Torna lo statalismo

Quello che dovrebbe preoccupare gli imprenditori non è la fine del governo Berlusconi, né la probabile vittoria del centrosinistra quando (quando?) ci saranno le prossime elezioni. Quello che dovrebbe davvero preoccupare è che le ultime amministrative, e poi i referendum, hanno fatto fiorire il germoglio dello statalismo in tutti i partiti politici. Lo sapevamo: con la crisi economica la gente, sentendosi più vulnerabile, avrebbe dato l’assalto alle casse dello Stato per ottenere da lui quella sicurezza che il mercato non è più in grado di assicurare. E i partiti si sarebbero accodati. Da questo vellicare le paure della società discendono sia i contorcimenti della maggioranza che le vittorie del centrosinistra, agevolata nella sua rimonta, da imperdonabili errori dei partiti che sostengono il governo.

Emma Marcegaglia © GettyImages

Torna lo statalismo e, a parte gli insignificanti (elettoralmente e culturalmente) radicali, non c’è un solo partito che metta al centro della propria cultura e prassi politica la libertà. Basta guardare a quelli che vogliono che la gestione dell’acqua resti per sempre in mano pubblica e poi si lamentano che il pubblico ne sprechi il 40% a causa di tubature che non ha i soldi per riparare. Quelli che vogliono una scuola di qualità, che sia però pubblica e che, siccome deve essere pubblica, gli insegnanti non possono essere valutati. Quelli che vogliono “risposte dallo Stato” e studiano “scienze della comunicazione”. Quelli, come il presidente della Confindustria, che, perfino lei, chiede risposte dallo Stato e meno burocrazia e nel corso della sua presidenza non è riuscita a sburocratizzare nemmeno Confindustria. E per di più si è pure fatta scappare il suo socio più prestigioso, autorevole e ricco (di quote associative), la Fiat. Quelli che dicono che fanno le riforme e passeranno alla storia (se la storia avrà tempo da perdere) per non averne portato a termine nemmeno una. Quelli che vogliono una giustizia veloce e poi impongono le tariffe minime uguali per tutti gli avvocati. Quelli, come Rosy Bindi, che dicono che “la qualità dello sviluppo è più importante dello sviluppo” e per aumentare la qualità sono pronti ad aumentare le tasse. Quelli, come il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che vuole assumere tutti i precari che lavorano in Comune senza sapere se il Comune ha bisogno di 1300 nuovi dipendenti. Quelli che sono contro “Roma ladrona” e poi chiedono i ministeri al Nord, non vogliono abolire le province, né il numero dei parlamentari, né far pagare le multe per le quote latte. Quelli, come molti imprenditori, che si sono accomodati al tavolo del banchetto statale per pappare sussidi pubblici. Quelli che volevano essere classe dirigente e sono solo una classe digerente.

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Marco Cobianchi è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore dei libri Bluff, Mani bucate e Nati corrotti. E' stato conduttore su Rai 2 del programma Num3r1.
marcocobianchi.wordpress.com

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