Moda: la rivoluzione di Christian Dior

Christian Dior in una foto scattata mentre ispezionava una delle sue creazioni

Amore per il lusso, la voluttà, l’opulenza. E per la bellezza. Passioni che il grande couturier tradusse nella creazione dell’omonima maison inaugurata 70 anni fa, sovvertendo le regole dell’haute couture

Per i red carpet più importanti, attrici come Jennifer Lawrence e Natalie Portman non hanno mai avuto dubbi: così come hanno fatto spesso le loro colleghe Monica Bellucci e Sharon Stone, hanno sempre scelto, senza esitazione, la raffinatezza sofisticata e monumentale firmata Christian Dior .
Un omaggio, oltre che una preferenza stilistica, alla memoria dello sarto-artista francese che ha segnato la storia dell’alta moda del ‘900, compiendo, 70 anni fa, una vera e propria rivoluzione nelle forme e nelle espressioni dell’haute couture. Ma, secondo molti esperti e fini conoscitori della storia della moda, prima ancora che un grande e pionieristico fashion designer , il fondatore della celebre maison francese sarebbe stato, prima di tutto, un effervescente genio creativo – tanto vulcanico quanto, per contro, fu un uomo schivo, pignolo e scaramantico nel privato – nonché un abile manager con il fiuto innato per gli affari. È noto che, dalla sua infanzia in Normandia, in particolare dalla natura lussureggiante, rigogliosa e romantica della regione di Grasse, Dior trasse molte influenze per le sue creazioni, dai seducenti abiti sontuosi e ieratici alle fragranze che, ancora oggi, nelle loro versioni classiche, così come in quelle rivisitate in chiave moderna, continuano a costituire delle rose preziose della profumeria internazionale deluxe.

Le date 

1905
Christian Dior nasce a Granville, in Normandia, il 21 gennaio

1928
Apre una piccola galleria d’arte, che chiude pochi anni dopo per difficoltà finanziarie

1937
Lavora con lo stilista svizzero Robert Piguet. Due anni dopo è chiamato per il servizio militare

1942
Inizia a collaborare con la casa di moda di Lucien Lelong, altro suo grande maestro

1946
Il creativo apre il suo atelier nel capoluogo francese. Lo finanzia Marcel Boussac, re del cotone

1947
Il 12 febbraio si svolge la sua prima sfilata, dove presenta il suo rivoluzionario “New Look”

1950
Presenta una nuova “linea verticale” degli abiti, con le gonne a tubo e le braccia nude

1953
Morbida e sinuosa, arriva la collezione “tulipano”, che valorizza il décolleté femminile

1956
I modelli “a freccia” tendono ad assottigliare la silhouette. L’anno dopo è la volta di quelli “a fuso”

1957
Il 24 ottobre il couturier parfumeur muore a Montecatini Terme, in una stanza d’albergo

ESTETA E CULTORE DELL’ARTE
Nato a Granville, nel 1905, il giovane Christian, figlio di un industriale, interruppe, pressoché ventenne, gli studi in Scienze politiche (intrapresi per compiacere il volere della famiglia) al fine di collaborare con l’amico Jean Bonjean in una galleria d’arte parigina, che però chiuse pochi anni dopo. Lavorò quindi per Le Figaro Illustré , occupandosi delle pagine di moda e, in seguito, come disegnatore vendette i suoi schizzi a diverse maison. Nel 1938, venne assunto da Robert Piguet , stilista e parfumeur, e, successivamente, collaborò nell’atelier di Lucien Lelong , in qualità di primo figurinista. Personaggio centrale, nella costruzione del suo successo, fu Marcel Boussac , imprenditore tessile, che finanziò l’apertura della sua casa di moda alla fine del 1946, al civico 30 in Avenue Montaigne, a Parigi. Primo tagliatore, un certo Pierre Cardin ...
L’austerità imposta dal secondo Dopoguerra, la povertà e, di conseguenza, la scarsità di materia prima, mal si conciliavano con l’immagine femminile da sogno, morbida e voluttuosa, su cui andava ragionando Dior. Potrebbe essere stato soprattutto per questo che, all’inizio, la sua moda , giudicata antipatriottica ed estremamente costosa, suscitò un’orda di polemiche . Salvo, poi, essere acclamata da un coro di elogi dopo il primo defilé del sarto-artista, il 12 febbraio 1947. Una data memorabile che segnò il successo inarrestabile della sua maison, facendola ascendere all’Olimpo delle griffe internazionali. La sua prima collezione proponeva un capo destinato a diventare da subito iconico, il tailleur Bar : una minuta giacca-corpetto dalle maniche a tre quarti, con spalle ampie e arrotondate, abbinata a una gonna a corolla “midi”, accorciata fino al ginocchio, svasata e vaporosa, plissettata e rinforzata dal tulle. Quasi un fiore in boccio, uno dei tanti che il piccolo Christian doveva aver osservato a lungo durante i suoi giochi nei prati della natia Normandia, per una donna dalla silhouette “corolle”, con vitino da vespa e curve generose contenute in rigidi bustini. L’outfit era completato da tocchi di classe sopraffina, come cappelli dalla forma a piatto, lunghi guanti, tacchi a spillo e scarpe appuntite. Quando vide sfilare le prime mannequin, Carmel Snow, la direttrice della prestigiosa rivista Harper’s Bazar , restò incantata da quello che definì «a New Look», espressione che da subito, Oltreoceano, designò la rivoluzione fashion dello stilista.

SINTESI PERFETTA TRA CLASSICO E MODERNO
«Volevo che gli abiti fossero “costruiti”, plasmati sulle curve del corpo femminile», avrebbe spiegato in seguito Dior. «Per dare più struttura ai miei modelli feci foderare quasi tutti i tessuti di percalle o di taffetà, riprendendo così una tradizione da tempo abbandonata». Perché anche in questo risiedeva la sua portata innovativa : un inaspettato ritorno al passato per linee e forme, abbinato a un’imponente architettura e geometria sapiente, che forgiavano metri e metri di stoffe (fino a 25 per un abito da soirée) ricche di broccati e ricami di pregio, lavorazioni in pizzo e tricot, svolazzanti ruches. Un’abbondanza che, al contrario delle critiche aspre mosse nei primi tempi, aiutò concretamente e non poco la ripresa dell’industria tessile francese.
La prima fragranza della maison parigina, Miss Dior , uscì in contemporanea con la collezione ribattezzata “New Look”. Furono nobilitati nuovamente il corsetto e la guêpière, lontani ricordi dopo i drappeggi orientaleggianti di Paul Poiret o il rigore minimalista di Coco Chanel .
Tuttavia, stagione dopo stagione, le creazioni mostravano continue evoluzioni: dal gusto animalier della primavera/estate 1947, con stampe leopardate e pelliccia di felino come inserto sui polsi di paletot o vezzo sui cappellini, alle gonne raccolte nella parte posteriore del 1948 fino a quelle affusolate e più corte del 1949. Nel 1954 fu la volta della “linea H ” o “silhouette muta ”, con la vita ancor più strizzata. L’anno successivo gli abiti di Dior presentavano, invece, spalle strette e gonne svasate, per forme “ad A” e poi, poco dopo, “a Y”, con gonne strette e spalle larghe, enfatizzate da blusotti ampi, e colli “a V”. Solo qualche regola ferrea, come sottile fil rouge tra una linea e l’altra: «I toni del grigio, del rosa e dell’azzurro pastello devono prevalere sempre», raccomandava severamente Monsieur. «Il bianco è puro e semplice. Sta bene con tutto».

Prima di morire nel 1957, in vacanza al Grand Hotel & La Pace di Montecatini, che considerava il suo buen retiro, lo stilista fece in tempo a delineare il modello “robe-sac” o “a fuso” , idea ripresa successivamente, come accadde per il vestito in alpaca grigio del 1958, considerato elemento di transizione tra le burrose rotondità degli anni ’50 e le linee dritte degli anni ’60.
Anche dopo la sua scomparsa, l’impero fashion di cui Dior aveva posto i primi mattoni a Parigi andò avanti a perpetrare quella rivoluzione stilistica ed espressiva che proiettò la moda verso la modernità, gettando un ideale ponte tra passato e futuro, riportando il baricentro del mondo fashion nella sua culla d’elezione, Parigi. E, ancora oggi, inserito nell’orbita della holding francese Lvmh , il colosso da lui fondato – che conta 196 boutique sparse nel mondo e registra ricavi complessivi di 38 miliardi di euro – continua a richiamarsi a essa, omaggiandola e a reinventandola nei suoi pezzi iconici, non solo nell’abbigliamento, esteso, negli anni, anche al target maschile, ma anche nella profumeria, con ulteriori nuovi bijoux olfattivi (e visivi) come l’Eau de Parfum J’adore , per esempio, opulento nella fragranza e nella bottiglia a clessidra. E poi gioielli, orologi e accessori d’alta gamma, emblema di raffinatezza e originalità artigianale, volti a simboleggiare quello che il maestro andava predicando: «Il lusso è libertà». Nella considerazione di fondo per cui: «Il dettaglio è importante come l’essenziale. Quando è inadeguato, rovina tutto l’outfit. Se si prende la natura come esempio non si sbaglierà mai». Parola di Christian Dior. Ça va sans dire.

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