È di moda la gavetta

Alessandro Michele 44 anni, direttore creativo di Gucci (© Getty Images)

«Da Karl Lagerfeld ho imparato che la creatività non è una cosa stabile, ma libera; da Silvia Venturini Fendi a lavorare con divertimento e passione. Tom Ford era come una divinità gentile: impossibile dirgli di no. Per Frida Giannini ho faticato tantissimo, il fatto di succederle non me lo sarei mai immaginato».

Ad avviare la rivoluzione è stata Gucci, seguita da Valentino, Dior e tanti altri: le maison affidano sempre di più i loro destini a stilisti cresciuti in azienda all’ombra dei grandi maestri. Dietro a queste scommesse vinte, però, c’è lo zampino di amministratori delegati visionari e coraggiosi

La moda, da sempre, parla molto italiano. E negli ultimi anni lo parla sempre di più, grazie a una nuova generazione di stilisti capaci di sovvertire le regole, osare e riscrivere il futuro di molte grandi maison. Quarantenni, con un passato negli atelier dei big brand a lavorare fianco a fianco con i grandi, dai quali spesso sono stati assunti personalmente. Curiosamente, ma non così tanto, l’epicentro di questo vero e proprio terremoto capace di scardinare le regole del fashion system è lo stesso: Roma. Dalla Città eterna, infatti, arrivano tre nomi che hanno contribuito a cambiare il settore, ognuno con il proprio personale bagaglio. Alessandro Michele, Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli. Il primo è il direttore creativo di Gucci, la seconda è diventata prima donna alla guida di Dior dopo aver fatto tanto bene a Valentino, maison in cui condivideva il ruolo di numero uno allo stile con il terzo protagonista, ora uomo solo al comando della griffe del grande Garavani. A tenerli tutti a battesimo è stata Silvia Venturini Fendi, l’erede della maison romana che più romana non si può. La leggenda, infatti, narra che tutti e tre abbiano lavorato insieme a lei alla creazione della mitica borsa Baguette. Ad accomunarli c’è anche un altro dettaglio, forse il più importante: sono stati voluti fortemente, o indicati addirittura come propri successori, chi da Tom Ford, chi da Valentino in persona.
Dopo tanti anni di designer super star, dunque, la moda riscopre l’importanza della gavetta, di chi ha osservato da vicino i successi (o i tonfi) dei propri boss e ha dovuto, in un momento di grande difficoltà, vincere una scommessa che, sulla carta, non convinceva nessuno. Lo è stato per Michele, chiamato a ridare linfa a una griffe nel momento in cui i ricavi iniziavano a colare a picco. Così come per Piccioli e Chiuri, che conquistano l’epiteto di “Valentini” in una maison che, oltre a portarne il nome, sembrava così indissolubilmente legata al suo fondatore. Tutti e tre hanno alle spalle anni di lavoro al fianco di grandi maestri, da cui hanno imparato non solo l’importanza della creatività, ma anche del fare business, del merchandising, dello styling e della boutique. Insomma, conoscere la centralità di ciò da cui tutto ha inizio e dove, più che a una sfilata, è possibile avere il polso della situazione, capire cosa piace ai clienti e cosa invece non ha più senso venga proposto.

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CRESCERE ACCANTO AI GRANDI

HA INSEGNATO LORO L'IMPORTANZA

DELLO STILE UNITO AL FARE BUSINESS

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MARCHIO DI GARANZIA
A credere in loro, dal principio, vere e proprie star della moda che hanno saputo non solo tramandare segreti, ma anche scegliere le persone giuste ai quali affidarli per crescere. Dopo Fendi, tutti e tre trovano i loro padri putativi nelle maison in cui hanno regnato. Alessandro Michele lo ritrova in Tom Ford, sovrano incontrastato di Gucci negli anni Novanta, che lo assume nell’ufficio stile di Londra. A lui dedicherà la sua prima sfilata a gennaio 2015, scegliendo come colonna sonora A single man, soundtrack dell’omonimo film diretto da Ford. Ma per diventare grandi, a volte è necessario detronizzare i propri padri. E Michele si trova all’improvviso a sostituire proprio Frida Giannini, erede di Ford e colei che più lo aveva fatto crescere professionalmente, nominandolo suo vice. A fine 2014, infatti, Gucci si trova a fronteggiare una crisi inarrestabile, sia dal punto di vista creativo sia strategico, i cui responsabili – secondo la capogruppo Kering – sono proprio la Giannini e Patrizio Di Marco, Ceo di Gucci, ma anche compagno della stilista. E quello che fino ad allora era stato solo un braccio destro, si trova a realizzare in poche settimane le collezioni di sfilata e rilanciare un gruppo che aveva chiuso l’anno in calo del 2%.
Un momento critico è stata anche la rampa di lancio di Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli alla guida di Valentino. I due, responsabili degli accessori già con Garavani, sono scelti nel 2008 per raccogliere la scomoda eredità di Alessandra Facchinetti, imposta dalla nuova proprietà un anno prima e mai digerita dal fondatore, e per cercare di creare un nuovo immaginario che fosse coerente con l’estetica di Valentino in persona, che non rinuncia a dire la sua sulla griffe che porta il suo nome. E sempre in un periodo difficile è arrivato il passaggio della Chiuri a Dior che, dopo il repentino abbandono di Raf Simons, è stata un anno senza un nome forte al timone.

Maria Grazia Chiuri-Dior

Maria Grazia Chiuri 52 anni, direttore creativo di Christian Dior (© Getty Images)

«Questo è un mestiere dove si lavora tanto. Prima avevo un confronto diretto con il team, non solo con Pier Paolo. Da Dior il team è enorme e internazionale. Una bella sfida».

Se le altre sono scommesse già vinte, resta in sospeso il giudizio su quest’ultima avventura che ha all’attivo appena una collezione presentata a Parigi lo scorso settembre (il riscontro positivo sulle vendite e sugli utili sarà riscontrabile solamente oltre la metà del bilancio 2017). Quel che è certo, però, è che Chiuri è una donna capace di guidare una maison, più di quanto lo fosse Simons, che ha abbandonato l’incarico per la troppa pressione di lavorare su decine di collezioni. Da Valentino, insieme a Piccioli, Maria Grazia ha scolpito un marchio grazie al contributo fondamentale del business degli accessori, diventato un cult capace di trainare l’abbigliamento e addirittura di sorpassarlo e considerato il gioiello dell’emiro del Qatar, padrone del gruppo dal 2012. Un proprietario che, dopo l’uscita di scena di Chiuri, non ha esitato a confermare Pier Paolo Piccioli come uomo solo al comando, senza lasciarsi scappare una figura che aveva contribuito a traghettare il marchio dal passato al futuro. Una sfida che allo stesso modo per Alessandro Michele è appena iniziata, ma che già può dirsi superata su tutta la linea. Per lui solo applausi dalla prima sfilata di gennaio 2015, dove sulla passerella l’anacronistico glam sexy di Frida Giannini ha ceduto il passo a un’androginia che cancella i confini tra guardaroba maschile e femminile. Un esercizio di stile e styling che rende desiderabile ogni singolo pezzo, tra mocassini foderati di pelliccia, ricami rubati a manuali di botanica o zoologia, e camicie con fiocco. Un immaginario a metà tra il nerd e il naif può macinare ricavi? La risposta è sì, come conferma l’ultima trimestrale in crescita del 18%, per un totale di poco più di 3 miliardi nei nove mesi. Nel mezzo di questi due anni, Michele ha raggiunto tutto quello che uno stilista può desiderare: dai riconoscimenti come miglior stilista internazionale sia ai Cfda Awards, gli Oscar della moda americani, sia ai British Fashion Awards, il corrispettivo inglese, fino alla collaborazione con la tenuta britannica Chatsworth per una serie di mostre e alla presentazione della collezione Cruise nei chiostri di Westminster.

Pier Paolo Piccioli-Valentino

Pier Paolo Piccioli 48 anni, direttore creativo di Valentino (© Getty Images)

«Ogni tanto ripenso a l’ultimo imperatore, il docufilm sulla vita di Valentino, e a quando dice: “Dopo di me, il diluvio”. Il diluvio siamo noi, ma non mi sembra di aver affogato la sua maison. È affettuoso con noi».

FORBICI E CALCOLATRICI
Ma per Michele, come per Chiuri e Piccioli, la gavetta è stata un percorso difficile e tortuoso. Prima di quel gennaio 2015, Michele era stato intravisto nel documentario The Director girato da James Franco su Frida Giannini. Un signor nessuno chiamato a risollevare un colosso. A scommettere su di lui è stato Marco Bizzarri, nominato a.d. di Gucci dopo il divorzio da Di Marco e con nel curriculum il rilancio di Bottega Veneta. «Quando sono arrivato a Gucci era necessario un cambio di prospettiva», ha spiegato Bizzarri. «Era importante rimettere le persone al centro, lavorando sull’aspetto culturale e aziendale. Per questo il cambiamento è stato così profondo e, dal punto di vista dello stile, esaltato dalla conoscenza del marchio e di ogni singolo ingranaggio dell’azienda». Essere parte integrante di un brand, conoscerne la storia per non snaturare la sua estetica e riuscire allo stesso tempo a spingerla oltre i suoi limiti è stata la chiave del successo dell’era di Gucci by Alessandro Michele.

Ma per lasciare un designer libero di creare, un Ceo illuminato al suo fianco è fondamentale. «Io non mi sarei mai scelto per questo ruolo», ha dichiarato Michele sulla sua nomina: «Marco è stato coraggioso. Non mi ha mai costretto a fare quello che immagina lui. Suggerisce senza mai dirti come lavorare». Il tandem Michele-Bizzarri sembra quasi la versione aggiornata del duo composto da Tom Ford e Domenico De Sole, fautori negli anni Novanta della trasformazione di Gucci da marchio inflazionato da centinaia di licenze, a macchina miliardaria corteggiata da tutti i più grandi gruppi del lusso. La comunione d’intenti tra anima creativa e anima manageriale è da sempre alla base del successo di una maison. E lo è stata anche per Valentino, quando nel 2008 il nuovo Ceo Stefano Sassi ha deciso di puntare su due cavalli di razza sì, ma ancora sconosciuti, come Chiuri e Piccioli. Insieme, hanno trasformato una maison da 261 milioni di euro in profondo rosso in un colosso da 1,1 miliardi di euro con margini importanti. E se l’intesa non fosse stata reale, Sassi non si sarebbe affrettato a dare l’opportunità a Piccioli di cominciare il percorso, questa volta in solitaria. Ancora tutta da scoprire, invece, la liaison che ci sarà tra l’a.d. di Dior, Sidney Toledano, e la Chiuri, della quale ha detto: «Era da tempo che pensavo ad assumere una donna. Lei è quella giusta». Ma è facile ipotizzare che se non ci sarà feeling tra i due, a risentirne saranno gli affari.
Numeri e stile da sempre si intrecciano nelle grandi maison. Pierre Bergé e Yves Saint Laurent, Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, senza dimenticare Stefano Gabbana e Domenico Dolce hanno dato vita a sodalizi destinati a superare anche la fine di un amore. Quando il legame tra stilista e Ceo è così forte, e di successo, è difficile che uno dei due riesca a sopravvivere all’altro. Lo dimostra più di recente il caso di Christopher Bailey, che dopo l’uscita di scena del Ceo Angela Ahrendts, con la quale aveva forgiato l’impero Burberry, aveva assunto anche l’incarico di a.d. oltre a quello di direttore creativo. Progetto naufragato dopo soli due anni a causa del crollo degli utili e della necessità di ripensare completamente il business, fondendo le tre linee in una e avviando una linea di moda “ready to buy”, acquistabile subito dopo la sfilata. I conti, ora, Bailey dovrà farli con il nuovo Ceo Marco Gobbetti, con cui non sarà affatto facile entrare in sintonia dopo essere stato pesantemente ridimensionato.

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