La storia del cappotto, un punto fermo dello stile maschile

Cary Grant

INTRAMONTABILE. È davvero senza tempo l’eleganza che ha sempre contraddistinto Cary Grant, in questa foto ritratto a Londra nel 1946

È il re dell’inverno. Presente nel guardaroba borghese da metà ‘800, affonda le sue origini in tempi ben più lontani. Un viaggio nell’affascinante passato di questo capo

Un pomeriggio d’autunno, il cielo lattiginoso sopra la testa e lo scalpiccio dei passi tra le pozzanghere. Un mare di ombrelli danzanti affolla la via. Se non fosse per quel caldo abbraccio che lo avvolge si sarebbe già rifugiato in un bar di passaggio, al grido di un caffè bollente. Ma la stagione fredda non è nemica se si ha un cappotto come compagno di avventure: permette di vivere ogni giorno, senza render troppo conto degli ululati del vento.
Peculiarità che ha reso la storia di questo capo ancora più interessante: è stato fianco a fianco delle truppe britanniche con Lord Raglan, durante la Guerra di Crimea. Ha vestito ribelli e intellettuali, menti di fuoco contro il sistema. E, a furia di salpare per mare, è rimasto incrostato di sale.
Le origini del cappotto, così come comunemente viene chiamato oggi, affondano le radici nel tempo, in un intricato crocevia di avventure, combattimenti, modelli e gusti di diverso genere. È nel ‘700 che questo capo, o per meglio dire il suo antenato, fa capolino nei guardaroba delle persone più facoltose: un’evoluzione della marsina, il più esterno dei tre pezzi dell’abito maschile dell’epoca, rivisitato con linee provenienti dallo stile inglese che alleggeriscono le ridondanze francesi. Tuttavia, benché di questo periodo siano anche la redingote – veste originariamente utilizzata in equitazione, lunga al polpaccio, linea aderente, doppio bavero – e il carrick – indossato dai viaggiatori per proteggersi dalle intemperie, confortevole, molto lungo, ampi colli a mantellina – i modelli di cappotto che rappresentano lo standard di riferimento per il classico armadio maschile nasceranno solo nel XIX secolo.

Un esordio infelice
Il paletot, conosciuto ai più come paltò, fa capolino nel guardaroba borghese a metà ‘800. Inizialmente non gode di un’ottima reputazione: criticato dai giornali di moda del tempo perché troppo goffo e sgraziato (d’altra parte, la sua foggia è ispirata ai pesanti giacconi dei marinai), viene indossato quasi esclusivamente dai giovani dell’alta società con intento provocatorio. Mentre la sua prima versione vuole una linea diritta, lana pesante, fodera e una lunghezza tre quarti, successivamente assume una linea modellata in vita diventando il paletot-par-dessus. Di ben altro genere sono coloro che, nello stesso periodo, si fanno affascinare del cappotto Raglan. Il nome sembra famigliare, non a torto: si tratta di un cappotto mantello dalla linea ampia caratterizzato, appunto, dalla manica raglan. Questo capo, e la manica stessa, prendono il nome da Lord FitzRoy Somerset, meglio conosciuto come Lord Raglan. Comandante delle truppe britanniche nella guerra di Crimea, predilige la praticità del movimento alla leziosità del dettaglio: il termine raglan sta appunto a indicare la foggia della manica, attaccata da cuciture a raggiera dalla base del collo. Lo stesso destino militare tocca anche al British Worm – lunghezza sotto al ginocchio, mono o doppio petto, grandi tasche, profondi revers, bottoni in cuoio – è originariamente prediletto dagli ufficiali inglesi durante la I Guerra mondiale. Si diffonde tra gli armadi maschili nel dopoguerra, prendendo fogge più nobili in cachemire e in cammello.
È il 1818 quando, a New York, Henry Sands Brooks fonda la Brooks Brothers. L’azienda di abbigliamento importa il modello del suo cappotto dall’Inghilterra e lo rinomina Brooks Brothers, per l’appunto. Si tratta di un classico americano, particolarmente diffuso tra gli anni ’30 e ‘40 del ‘900. Linea sobria, elegante, le sue caratteristiche restano immutate per lungo tempo. È caratterizzato dalla presenza di ampi revers impunturati, spalle segnate e grandi tasche.

George Clooney, Ben Affleck, David Gandy, David Beckham © Getty Images (4)

ELEGANTI. Anche le celebrity di oggi non sanno fare a meno del cappotto, soprattutto quelle più attente allo stile. Da sinistra verso destra: George Clooney, Ben Affleck, il supermodello David Gandy e l’ex calciatore David Beckham

Simbolo della contestazione
Il cappotto non è stato solo il capo prediletto di borghesi, ufficiali e marinai, ma anche il simbolo della contestazione giovanile degli anni ’60 e ‘70. Un legame a doppio filo che unisce i destini del Montgomery e del Loden. Mentre il primo deve le sue origini alla Royal Navy inglese, il secondo prende il nome dall’omonimo tessuto di lana di pecora, grosso e pesante, prodotto originariamente nel Tirolo austriaco. Il Montgomery, di contro, deve molta della sua fama al generale britannico B. L. Montgomery che usava indossarlo in periodo di guerra. Alla fine di quest’ultima, le eccedenze dell’abbigliamento militare vennero lasciate al popolo che, con approvazione tanto maschile quanto femminile, apprezzò questo modello di cappotto. È un modello sportivo, in panno di lana, lungo tre quarti, carrè intero sulle spalle e cappuccio. Raggiunge la massima popolarità in Francia, negli anni ‘60, quando, amato da studenti universitari e intellettuali, viene eletto a simbolo dell’abbigliamento anticonformista. La storia del Loden, invece, affonda le proprie radici nel lontano Medioevo quando, indossato da pastori e contadini, ne era l’indumento distintivo. Nel tempo, passa di mano dai braccianti alla nobiltà, diventando il capo prediletto dell’aristocrazia austriaca durante le battute di caccia. Linea leggermente a trapezio, tasche oblique, colletto semplice e allacciatura con bottoni in cuoio, diventa di moda negli anni della contestazione giovanile diventando non solo compagno degli intellettuali, ma riempiendo le piazze in compagnia del Montgomery.

CONSIGLI DI MODA 

Sempre fedele a se stesso
Il cappotto è un capo classico e, come tale, nel tempo non ha subito variazioni estreme. Si è evoluto, passando dalle fogge ottocentesche a quelle contemporanee, adattandosi al susseguirsi delle epoche senza rinnegare la propria natura. Oggi può essere di un colore più o meno accesso, di un materiale più o meno prezioso, può avere bottoni in metallo, in cuoio o addirittura gli alamari ma, nella sua forma più essenziale, resta sempre lo stesso. Il cappotto s’interfaccia con l’evoluzione della moda, senza rimanerne soggiogato: è un punto fermo in tema di stile maschile (e anche femminile). Come testimoniano i capi che hanno sfilato sulle passerelle dell’autunno/inverno 2015-16, il modello prediletto mantiene un’allure d’antan, alle volte resa contemporanea dalla vivacità di una tinta o da dettagli inaspettati. Mentre Boglioli propone un cappotto la cui ispirazione è riconducibile agli anni ‘70 – doppiopetto, lunghezza sopra al ginocchio, ampi rever, color cammello – Gucci, sotto il segno del direttore creativo Alessandro Michele, prende tutt’altro corso: cappotto leggermente sopra al ginocchio, tasconi su entrambi i lati, chiusura ad alamari e un rosso acceso, abbagliante, vivo. Sui toni del grigio, invece, i modelli di Canali e Lanvin: mentre il primo – lunghezza al ginocchio, doppiopetto, rever contenuti – è mélange e caratterizzato da una linea classica, il secondo – lunghezza sotto al ginocchio, monopetto, revers a contrasto – è grigio chiaro, dall’aspetto pulito e contemporaneo.

Scelta vincente
La scelta di un buon cappotto si basa su tre principi fondamentali: la qualità del materiale, la linea e l’aspetto che ha una volta indossato, ossia come cade sul corpo. La proposta di Burberry è un inno all’aspetto classico di questo capo: doppiopetto, grigio scuro e con due tasche laterali è la scelta migliore se nel proprio armadio si desidera avere un cappotto passepartout, adatto a molteplici occasioni. Canali, invece, ha realizzato un modello vicino all’estetica della marina militare: corto, caratterizzato da una trama a quadri nei colori del blu e del verde scuro, è a doppiopetto e presenta quattro tasche, due per ciascun lato. Brunello Cucinelli, re della maglieria italiana, mostra come i codici dell’abbigliamento militare, se opportunamente reinterpretati, siano in linea anche con lo stile della nostra contemporaneità. Grigio, con una particolare chiusura a doppiopetto, presenta un collo alto che ricorda le uniformi dell’Ottocento. La linea Corneliani ID, di contro, ha realizzato un cappotto dalle linee moderne, in beaver di lana blu, caratterizzato da una chiusura a tre bottoni e dalla presenza di una pettorina staccabile in tessuto trapuntato. Hackett London, similarmente alla proposta di Burberry, punta tutto sulla classicità: monopetto e con chiusura a tre bottoni, con revers di dimensioni contenute, è un capo duttile, adatto sia alla vita in ufficio che al tempo libero.

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