Lezioni di stile da... Vittorio Feltri

Linee composte e pulite, visioni d’insieme all’insegna dell’armonia, accostamenti che fanno risaltare i colori tramite il contrasto. Qualche sano e vivace guizzo provocatorio, invece, è meglio riservarlo al carattere granitico e allo spirito sarcastico della scrittura e della parola usata «per svegliare i cervelli». A dirlo è il direttore di Libero che, prima di dedicarsi al giornalismo, ha mosso i primi passi in un settore noto anche a un certo Giorgio...

Come racconta a Business People nell’intervista che state per leggere, ancora oggi, quando Vittorio Feltri, classe 1943, dalla primavera di quest’anno direttore del quotidiano Libero (da lui fondato sedici anni fa), incontra “The King” Giorgio Armani, glielo ricorda: «Io e te siamo colleghi». No, questa volta non si tratta di una delle sue stoccate vibranti tipiche di quell’humor dissacrante, spesso emerso dai suoi editoriali al vetriolo così come dalle sue partecipazioni televisive. Effettivamente, così come lo stilista che ha rivoluzionato il mondo della moda maschile, anche la firma “più politicamente scorretta d’Italia”, secondo la definizione che ne viene spesso data, ha iniziato come vetrinista. «Un mestiere che s’impara sul campo, con la pratica e con l’esperienza, ma richiede anche una certa inclinazione che non è esagerato definire di tipo artistico», scriveva Feltri, nel novembre 2015, sulle pagine de il Giornale (che ha guidato dal 2009 al 2010), riferendosi all’estro e alla creatività di coloro che sapientementre sanno esaltare la qualità e l’estetica di capi e accessori, incantando i passanti e, soprattutto, facendoli entrare in negozio. «Mi ha aiutato anche successivamente nel giornalismo», ha spiegato.

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I CAMBIAMENTI MI INFASTIDISCONO.

PREFERISCO LA CONTINUITÀ

NELL’ABBIGLIAMENTO E NEI MODI

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«Allestire una vetrina è come fare una prima pagina». E così, discorrendo di capispalla maschili in lana ruvida, nuance classiche e sobrie (perché, per lui, è meglio essere pungenti e trasgressivi nella scrittura e nella comunicazione, non negli outfit), mantelli del secolo scorso e altre nostalgiche reminiscenze dal sapore rétro, anche nella moda, racconti, osservazioni e ricordi in chiave fashion si trasformano in una sagace lezione di giornalismo, dove «pur immersi nella routine, pur schiacciati da mille timori», ha affermato in passato, «è importante riuscire a non andare troppo distante dalla propria personalità». Esattamente come quando si sceglie una camicia, una cravatta o, ancora, un mocassino.

In che cosa consiste lo stile per lei?
Avere le scarpe lucide.

Che rapporto ha con le tendenze?
Detesto le mode. M’infastidiscono. Tacchi alti, tacchi bassi, pantaloni a zampa d’elefante, poi a sigaretta... tutti questi cambiamenti che trovo sciocchi. Io sono a favore di una continuità nell’abbigliamento e anche nel modo di comportarsi.

Meglio la sobrietà o la provocazione?
La sobrietà nel vestire. Per quanto riguarda il mio mestiere, sono molto portato alla provocazione: è quella che fa discutere, che sveglia i cervelli.

Tre aggettivi che associa al concetto di eleganza?
Composta, pulita, armonica.

È innata o si acquisisce?
Si acquisisce. Con l’imitazione, con l’apprezzamento del bello, con approfondimenti anche di tipo culturale. Non è legata a certe caratteristiche come al peso del corpo o all’altezza di una persona. Ho conosciuto uomini molto piccoli, ma molto eleganti.

Un capo che non può mancare nel suo guardaroba?
Le giacche di tweed e i completi di flanella.

L’accessorio che fa la differenza?
Per me sono due, in particolare. La scarpa e il nodo della cravatta: deve apparire come se fosse stato fatto rapidamente, con nonchalance, ma deve essere molto stretto, incollato alla camicia e al collo. Se sembra una boule, allora è meglio non metterla proprio.

Quali scarpe che non toglierebbe mai?
Cambio le calzature tutti i giorni e le tengo benissimo con le forme ad hoc di legno di cedro. Ho dei mocassini che amo particolarmente, così come delle stringate... Molto dipende dalle circostanze. Prediligo i modelli testa di moro e nero. Tinte scure, comunque, non quelle chiare che vanno di moda.

E per quanto riguarda i colori?
Blu e grigio.

I suoi tessuti prediletti?
Gabardine e vicugna.

Il capo e/o l’accessorio che le piace, ma che non riesce a portare?
Più che altro, non amo lo smoking, anche se ce l’ho e penso che mi stia anche bene, ma non lo metto volentieri. Ritengo che, con esso, siamo ai confini dell’esibizionismo.

Il capo e/o l’accessorio più originali che abbia mai indossato? In quale occasione?
Mi è capitato di indossare delle giacche a quadri più o meno stile “principe di Galles”, ma con dei colori vomitevoli. Tipo uno sfondo giallo che m'irritava.Non le ho messe più.

L’epoca storica che considera più interessante dal punto vista dello stile?
Gli anni ‘30 sono quelli che preferisco. Ho inoltre nostalgia per gli anni ‘60.

Un capo del passato che vorrebbe indossare oggi?
Mi è sempre piaciuto il mantello, ma oggi sarebbe un po’ fuori dai canoni usuali. Mio nonno ne aveva uno bellissimo, a ruota. Mi affascinava tanto.

Feltri-Vittorio

Il tipo di profumo o la nota olfattiva che preferisce?
Il sandalo. Compro sempre quello dell’Officina Farmaceutica di Santa Maria Novella.

Un quadro, una musica e, ancora, un libro che considera emblema di eleganza, e perché?
Le piazze di De Chirico: sono razionali, ma anche un po’ oniriche. Mi piacciono da impazzire le composizioni di Beethoven e di Chopin, elegantissime. Ho amato un libro di Giuseppe Berto, Il male oscuro. Il significato è interessante, ma è soprattutto lo stile che mi aveva colpito: meraviglioso.

Un’abitudine o un rito a cui è affezionato, legato ad abiti e scarpe?
Ho un problema con le cravatte. Ne ho talmente tante che sono costretto a metterle tutte in cassetti molto larghi, ma, essendo davvero numerose, finiscono una sopra l’altra. E quando ne cerco una non la trovo mai. Impazzisco. Ho affidato tutto a un’eccellente governante vicentina, che ha ottant’anni ed è con me da trenta.

Un aneddoto che parla del suo rapporto con la moda e lo stile?
Da ragazzo presi il diploma di vetrinista e feci quel lavoro per un paio d’anni, guadagnando pure molti soldi. Poi ho finito di studiare e ho fatto altri lavori. Quando incontro Armani, ancora oggi, gli dico: «Guarda che siamo colleghi!». Non ero bravo come lui, però me la cavavo. Erano gli anni ‘50/’60. I vetrinisti erano pochi e le vetrine erano brutte. I trucchi per attirare i clienti? Risiedono nell’accostamento dei colori e nella capacità di isolare in modo intelligente i capi che si vogliono vendere. Quello deve essere lo scopo, non essere ammirati e basta. Comunque, ancora oggi, quando preparo la prima pagina applico quegli stessi criteri. Non è cambiato nulla. Gli obiettivi sono i medesimi.

Cosa rende elegante un uomo e cosa una donna?
Ritengo che, in entrambi i casi, la postura a tavola sia significativa. Le donne, in particolare, sono eleganti, al di là dell’abbigliamento, quando non gesticolano, men che meno se hanno bracciali che tintinnano e che le rendono inutilmente appariscenti.

Cosa rende elegante una firma giornalistica?
L’ironia e l’autoironia. Sul lettore produce un effetto consolatorio: non bisogna predicare stando sull’ultimo gradino, ma sul primo a partire dal basso.

Quali sono le firme più eleganti?
Giovanni Ansaldo, Curzio Malaparte, Oriana Fallaci e Indro Montanelli.

L’errore di stile imperdonabile?
e scarpe gialle: sono tremende. E quelle che hanno attorno una sorta di cordonatura dei marciapiedi: sono talmente orrende che fatico a guardarle.

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ANCHE SE MI CALZA BENE,

ODIO LO SMOKING. È UNA SCELTA

AI CONFINI DELL'ESIBIZIONISMO

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Il suo stilista preferito?
Mi faccio fare abiti sartoriali da De Luca, a Milano, erede di Caraceni. Quando si veste su misura, ci si sente sempre a proprio agio.

Qual è la sua icona di stile?
Il Principe Carlo. Per quanto riguarda una donna, non saprei. Certo, il vestito è fondamentale, i gioielli impreziosiscono, ma non sono molto colpito da tutto ciò. Non amo le scarpe da donna col tacco eccessivo, soprattutto se risulta sproporzionato all’altezza. Mi piacevano i modelli Chanel degli anni ‘60: cinque, sei centimetri al massimo conferivano un tono d’eleganza impagabile. Io guardo il volto. Mi piace da morire una pettinatura sobria. E poi ci sono gli occhi, la bocca.

Un personaggio pubblico dell’attualità particolarmente elegante?
Gliene cito due: Giulio Andreotti e Luca di Montezemolo.

Cosa indossare per essere impeccabili?
Io suggerisco, in generale, un blazer blu, che trovo fondamentale. Da abbinare sia col grigio medio che col grigio chiaro. Vedo che la tendenza, invece, è di accostarlo al grigio scuro: non sta bene, perché così “non stacca”. Nel tempo libero e in viaggio, prediligo tessuti in tweed e pantaloni di velluto. Quanto alle note di abbigliamento in una redazione, che dire. Amerei avere dei colleghi che non si vestono come profughi appena sbarcati a Lampedusa, ma che indossino pantaloni di tela, scarpe “civili” e non carrarmati, che mi fanno innervosire e stare male. Sappiamo che la cravatta non è più indispensabile, ma vorrei vedere delle camicie ben stirate. Capisco, però, che anche questo è un lusso che, ai giorni nostri, non tutti possono permettersi.

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