Milano Moda, un tesoro che rischiamo di farci soffiare

Il backstage della sfilata di Francesco Scognamiglio alla Milano Fashion Week © Getty Images

Il settore crea posti di lavoro, è in salute, ricco di liquidità e poco indebitato, ma composto da aziende piccole: lo scenario ideale per chi vuole fare affari

Mentre Milano viene invasa da modelle, vip e personaggi di ogni genere per le sfilate della Settimana della Moda , tra un evento e l'altro c'è il tempo di fare un check up al settore. Il fashion italiano va alla grande, ma non ha le spalle molto larghe. L’intero comparto del tessile-moda-abbigliamento, stando ai dati della Camera nazionale della moda, nel 2016 il fatturato è passato da 82,5 a 84 miliardi, con una crescita dell’1,9%.

Andando nello specifico del fashion, ci sono i dati di R&S Mediobanca a inquadrare i numeri di un mondo che vale 4 punti di pil del Belpaese. Il giro d'affari ammonta a 62,6 miliardi di euro con 140 aziende con almeno 100 milioni di fatturato e una crescita media del 9,4% in un anno e del 28,4% dal 2011. E in quattro anni ha creato 57 mila nuovi posti di lavoro. Il re delle vendite è Luxottica , che con i suoi 8,8 miliardi di euro nel 2015, e prossima protagonista della fusione con Essilor. Secondo posto per Prada. Seconda classificata è Prada , con 3,5 miliardi, poi Armani con 2,6 miliardi, Calzedonia (2 miliardi) Otb (Diesel, Marni, Maison Margiela, 1,5 miliardi). Nel top 15 rientrano anche Ferragamo, Max Mara, Safilo, Zegna, Dolce & Gabbana, Benetton, Valentino, Tod’s, Lir (Geox) e Moncler .

Tutto bene? Non proprio. Perché nonostante un testa a testa tra Italia (17,3 miliardi) e Francia (17,1) in un mercato globale da 251 miliardi di euro, la frammentazione italiana espone il nostro sistema a rischi di scalata da parte dei colossi francesi: Oltralpe, infatti, i gruppi importanti sono appena 31. I gruppi italiani della moda sono molto più piccoli dei francesi , meno redditizi ma molto più ricchi di liquidità (salita del 26% dal 2011) e dal basso indebitamento. Una situazione appetibile a interessi stranieri: basti pensare che Armani, da sola, ha una liquidità di oltre 600 milioni di euro (oltre il 509mila per cento sui debiti). Ma quasi tutti mostrano parametri irraggiungibili da altri gruppi industriali italiani: Max Mara ha un'incidenza di liquidità sui debiti del 785%, seguita da Geox (452%), Tod's (260%), Otb (l'universo Diesel fondato da Renzo Rosso) al 205% e D&G al 180%.

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