Quando l'orologio è su misura

C’è chi lo considera un accessorio, chi un vero e proprio capo, ma di certo l'orologio da polso ha un ruolo centrale nel guardaroba maschile. E come quello della moda, il mondo delle lancette meccaniche sta scoprendo tutto il piacere del “su misura”

Se si può intercettare una macro tendenza che accomuna il luxury internazionale, in tutte le sue declinazioni, è il tentativo di offrire un’esperienza di acquisto significativa, che metta in connessione emozionale il cliente con il marchio. Ora, per chiunque abbia una formazione culturale radicata nel mondo del classico, queste esigenze del mercato suonano buffe. Dopo un sistematico e implacabile processo di delegittimazione di qualsivoglia tradizione, di emancipazione da codici e riti, di abiura dell’eresia artigianale a favore del nuovo verbo ready to wear , ci si è accorti dell’avvilente vuoto di significato con cui avevamo precipitosamente sostituito la prammatica scolpita dai secoli.
Oggi il lusso torna a ricercare – e a far pagare cari – attributi che l’atelier artigiano forniva naturalmente. Quindi apprezziamo nella comunicazione di tutte le grandi maison dell’eccellenza, dalla moda al design, un richiamo a consuetudini antiche, al gesto manuale, al piacere della personalizzazione; un investire strategico sulla “sensploration ”, come si usa dire con un orribile anglicismo, ovvero su di un marketing esperienziale che vuole artificialmente creare una dimensione multisensoriale del prodotto. Chiunque sia stato in una sartoria, non necessariamente da Anderson & Sheppard a Savile Row, ma anche in una bottega di provincia, sa che nella sensploration già eravamo immersi e fa sorridere come venga oggi presentata in termini di squassante innovazione. L’odore delle stoffe, dei gessi e del tabacco che ricordo quando accompagnavo mio padre dal sarto, il gusto della torta sbrisolona che ci veniva offerta nell’attesa che le prove richiedevano, si sono così profondamente incastonati nella memoria da farsi reminiscenza. Anche solo toccando un vecchio tweed ormai maltrattato dagli anni, ritrovo vividamente un intero ecosistema di sensazioni e valori ormai evaporato.
Ecco allora che il vuoto lasciato dal su misura autentico, quello che partiva da foglio bianco, viene riempito alla bell’e meglio dalla personalizzazione, dove a modellistica e taglie prefissate, il committente può togliersi lo sfizio di apportare qualche dettaglio personale, nella segreta e vana speranza di poter indossare qualcosa di suo. I paradossi di questo cortocircuito sono innumerevoli e trovano nel vintage il loro trend più emblematico: c’è talmente voglia di autenticità, che si è disposti a comprare oggetti che sono stati di altri, che da altri sono stati immaginati e che di altri portano le cifre. Oppure si acquistano pantaloni già lisi, come per dar loro una vita che non hanno vissuto. Il tempo ci dirà se ciò che si è perso può essere ritrovato o se è impossibile rianimare ciò che abbiamo lasciato morire.

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IL DRESSWATCH NON DOVREBBE

MAI SUPERARE I 40 MM PER SCIVOLARE

SOTTO IL POLSINO DELLA CAMICIA,

DA DOVE AMMICCARE PUDICAMENTE

AL SUO ACCOMPAGNATORE

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TRADIZIONE SECOLARE
Da questa prospettiva, il conservatorismo di cui è spesso accusata l’alta orologeria svizzera si è rivelato plusvalenza culturale. La consuetudine manifatturiera che si è preservata e tramandata nei secoli, e che non è mai stata rinnegata, garantisce, a chi ha la pazienza di approfondire, accesso diretto a un giacimento di saper fare senza prezzo. I viaggi nelle manifatture, che tutte le grandi maison offrono ai propri clienti, sono escursioni fantastiche nei congegni del bello, in una dimensione dove il tocco dell’uomo, fuor di retorica, è ancora calibrato sul movimento delle idee. Per l’orologeria la moda del new vintage non è un artifizio, perché il processo produttivo che aveva pensato e realizzato i classici è ancora in funzione e per rinnovarne lo slancio basta un poco di sensibilità. Ma l’orologeria meccanica è per sua natura miniaturizzazione; la sua cifra esteriore è – o dovrebbe essere – l’understatement. L’unico gioiello maschile è anche il più segreto. Un tempo veniva celato nella tasca del panciotto e la precisione del gesto con il quale lo si estraeva distingueva il gentiluomo dal cafone. Mentre la moda del momento predilige l’esibizione della ricchezza, il feticismo dello status. Dalle fine della Seconda guerra mondiale, l’orologio da polso si è imposto come accessorio universale. Nell’epoca d’oro dell’orologeria meccanica, che va dagli anni ‘30 alla fine dei ‘60, prima della crisi del quarzo, le proporzioni erano in armonia con il sentire del tempo, quando l’ostentazione non era sinonimo di affermazione. Diametri che oggi considereremmo da donna, dai 30 ai 34 mm, facevano garbata mostra di sé su polsi robusti e avventurieri, come il Rolex Oyster Perpetual 6011 indossato e immortalato da Clark Gable sia sul set di Mogambo (1953), sia nella vita.
A cavallo dei due millenni le proporzioni si sono ingigantite e i cromatismi esasperati, toccando il picco dello show-off dal 2000 al 2010. Ora viviamo un moderato ripensamento, ma le Case arbitre di signorilità non si sono mai fatte influenzare dagli imperativi modaioli e hanno preservato collezioni di classe inalterata, o hanno rinnovato con attenzione filologica campioni del loro passato. Rolex, Patek Philippe, Girard-Perregaux, Vacheron Constantin in particolare hanno curato con scrupolo geloso le proprie conquiste e non hanno svenduto la propria identità al mercato dell’orologeria, in posizione sempre più ancillare rispetto al vampirismo del fashion. Quest’ultima maison ha di recente reagito legando il proprio nome non un brand della moda, ma proprio a una manifattura della galassia sartoriale, come il lanificio biellese Vitale Barberis Canonico, foggiando in dialettica creativa la collezione Metiérs d’art élegance sartoriale: cinque orologi i cui quadranti sono intessuti di fantasie del classico internazionale.
A tal proposito vi è un inesausto dibattito fra i connaisseur, che da sempre si interrogano sulla precisa collocazione dell’orologio da polso nel guardaroba maschile. Chi lo considera un accessorio ritiene non debba avere misure, taglie, proprio come una pochette o una cravatta; chi invece lo reputa un capo, cioè qualcosa che veste il corpo, sostiene al contrario che debba esserci fra i due elementi un giusto rapporto. Per quanto un segnatempo di fatto vesta il polso, riteniamo che la vera proporzione debba esistere nell’oggetto in sé. La cassa è il vestito del movimento e dovrebbe a esso armonizzarsi; quando vediamo calibri mirabilmente piccoli e sottili incastonati in sgraziate casse da 44 o 46 millimetri ritroviamo l’effetto di un bambino che indossa l’abito del fratello maggiore, con tutto ciò che ne consegue in termini di ineleganza e approssimazione. Sempre rifuggendo i paradigmi e credendo nella sensibilità sull’adeguatezza che ognuno di noi ha il potere di coltivare, possiamo distillare qualche piccolo indirizzo che aiuta a comprendere differenti progettualità e destinazioni orologiere, e proporre qualche esempio eloquente di recente produzione.

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PER OGNI OCCASIONE
Un dresswatch non dovrebbe mai superare i 40 mm, anche calato nella contemporaneità (l’ideale va dai 34 ai 38) e dovrebbe poter scivolare sotto al polsino della camicia, da cui ammiccherà pudicamente solo allo sguardo del proprio accompagnatore. La materia prima della cerimonia come della gran sera è il platino, ma l’oro bianco rappresenta una degna alternativa. Il solotempo è una soluzione corretta, ma un calendario perpetuo sublimerà il tempo di ciò che è speciale. Il Patek Philippe 5140 ne simboleggia lo stato dell’arte, sia per perizia micromeccanica, sia per grazia estetica. A Baselworld 2016, la Casa ginevrina ne ha presentato la versione più pertinente per le occasioni formali, con cassa in platino dal diametro di 37,2 mm e quadrante grigio antracite soleil con indici «obus» applicati. Un orologio con cui saliremmo all’altare, se solo avessimo intenzione di sposarci.
Per la sera, invece, si può osare anche l’acciaio quando circonda uno smalto Grand Feu blu , come nel caso dell’Ulysse Nardin Classico , che nella nuova edizione prevista in esposizione al Salone dell’Alta Orologeria di Ginevra 2017 (Sihh), chiama il midnight blue di uno smoking monopetto in mohair con rever lanceolati. Il diametro della cassa è deciso, ma non eccessivo, le forme hanno tutto il nitore e la nettezza della semplicità mentre la meccanica esalta il saper fare della maison, con il calibro automatico UN-320. Per il giorno, invece, l’oro giallo comunica una disinvoltura sofisticata, ideale per seguire un blazer doppiopetto di bel peso; ma con un tre pezzi in grisaglia può acquisire una maggior carica protocollare. Effigie di eleganza universale, il Rolex Day-Date è forse l’orologio più riconosciuto al mondo. Nato nel 1956, era il primo segnatempo da polso a indicare la data e il giorno della settimana per esteso sul quadrante. Il suo bracciale President si fissò al polso di veri presidenti, come l’americano Lyndon B. Johnson, che nel 1965 lo indossava in oro giallo, divenendo celebre a livello planetario come The presidents’ watch. Quest’anno Rolex, in occasione del 60esimo anniversario del modello, ne ha presentato una versione aggiornata, il Day-Date 40 con un design garbatamente rinnovato e un calibro di manifattura dalle straordinarie prestazioni come il 3255.
L’agglutinarsi di consuetudine e audacia espressiva trova perfetta centratura nella variante in oro Everose con quadrante verde Rolex e bracciale President. L’acciaio, invece, specie se esteso al bracciale, comunica voglia di performance professionali, e trova perfetta collocazione sotto la scattante saglietta di un abito blu tagliato per il business. Splendido esempio di tale raffinata sportività è il nuovo Laureato di Girard-Perregaux , realizzato in 225 esemplari per il 225esimo anniversario della manifattura, che ripropone un modello icona del marchio di La Chaux-de- Fonds, il solotempo del 1975 con bracciale integrato. L’attenzione al passato è palpabile e meritoria, ma c’è il giusto brio per non essere una mera riedizione. La bella cassa azzimata dalla caratteristica lunetta ottagonale si attesta sui 41 mm di diametro e 10.10 di spessore, esaltandone l’indossabilità quotidiana; il quadrante a motivo clous de Paris trova nel blu la sua cromia d’elezione. Il cronografo in oro caldo (rosa, giallo o rosso) è la sintesi perfetta fra prestazione e distinzione, così da accettare ogni utilizzo prima della cena, dalla colazione al cocktail. A tutti gli amanti della bella orologeria non può che battere il cuore al solo pronunciare il nome Extra-Fort , pietra angolare di cronografia classica firmata Eberhard & Co . Tutt’oggi fedele a se stesso, rappresenta ancora un paradigma di fascino virile, e nella versione in oro rosa con cassa da 39 mm farebbe istantaneamente sentire uomo anche un ragazzino che lo ricevesse in regalo per il suo 18esimo compleanno, mentre nell’edizione limitata rattrappante con ruota a colonne (121 esemplari), con cassa in oro rosa da 41mm e quadrante nero, rimanda al progenitore del 1939, primo segnatempo a fregiarsi della sigla Extra-Fort.

OSARE SI PUÒ
Se 41 mm dovrebbe essere il limite per gli orologi informali, per quelli professionali in genere è giustificata una maggiore “prestanza fisica”, tale da raggiungere i 42 mm senza risultare inopportuna. Mentre per i diver in particolare, questa soglia può essere addirittura superata. Tutto ciò ricercando con puntiglio coerenza fra progettazione e destinazione, ma non va dimenticato che i maestri possono osare liberamente, come Sean Connery che nelle vesti di James Bond utilizzava il suo Rolex Submariner ref. 6538 tanto sotto la muta subacquea che con una summer dinner jacket bianca, o Gianni Agnelli che portava sopra il polsino e in montagna un diver professionale come l’Omega Seamaster Ploprof. La ricerca del dettaglio, il piacere di scegliere la referenza che interpreti lo stesso spartito di quella irriproducibile sovrapposizione di suoni che è l’armonia del nostro stile, è arte sottile e come tale va coltivata. Lungi dal diventare un Des Esseintes dell’orologeria, l’uomo di gusto oggi può pescare da una sconfinata tavolozza di linguaggi estetici e complicazioni meccaniche, e con essa uscire all’aria aperta dipingendo l’umore del proprio ritmo quotidiano.

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