Al profitto preferisco il valore

© Manuele Mangiarotti/La Presse

Napoletano, classe 1951, sposato con tre figli, Carlo Pontecorvo non è stato sempre imprenditore. Fino al 1990 ha lavorato come medico chirurgo seguendo la vocazione che contraddistingue la sua famiglia. Dopodiché ha cominciato a occuparsi degli affari dell’azienda della moglie per poi mettersi in proprio nel mercato dello shipping. Nel 2005 ha acquistato Ferrarelle da Danone e, sempre dal gruppo francese, ha poi rilevato anche i marchi Vitasnella e Boario. È presidente di Banca popolare di sviluppo e Cavaliere del lavoro

Intervista a Carlo Pontecorvo, presidente di Ferrarelle. Il businessman partenopeo a capo di uno dei big del beverage italiano (oltre che di Lgr h, società di shipping, e di Banca Popolare di Sviluppo) punta il dito contro chi non ha saputo garantire il benessere della pmi. E non allude solo ai politici, ma anche agli imprenditori che non agiscono responsabilmente per il proprio territorio

Sono molte le attività che segue Carlo Pontecorvo, oggi famoso specialmente per essere il patron della Ferrarelle (l’ha comprata da Danone nel 2005, e, sempre dal gruppo francese, l’anno scorso ha rilevato anche l’acqua Vitasnella). A marzo è stato nominato presidente di Banca popolare di sviluppo, ed è nel giro dello shipping dal 1997, quando, dopo aver venduto l’attività con cui aveva iniziato, le vetrerie Avir portategli in dote dalla moglie, si è messo in proprio come armatore. «Ma la vocazione dei Pontecorvo», dice lui, «è la medicina». Ed è come chirurgo che ha operato fino al 1990, anno in cui scelse di diventare imprenditore. Il polso fermo di chi è abituato a usare il bisturi gli è rimasto, ma oggi lo utilizza per guidare le sue imprese, e per decidere in fretta quando non c’è tempo da perdere. Non solo alla ricerca del profitto (che comunque non manca), ma specialmente del valore. Valore per l’organizzazione e per il territorio, missione imprescindibile per un imprenditore. Almeno per come Pontecorvo concepisce l’imprenditoria. È proprio partendo da questo presupposto che non lesina critiche alla categoria, anche e soprattutto quando questa cerca di ispirare la politica, come nell’esperienza finita non troppo bene di Italia Futura.

Ventitrè anni fa ha abbandonato la professione di medico per diventare imprenditore. Attraverso quali trasformazioni, quali esperienze e anche quali traumi è passato?

Traumi direi nessuno. Forse ho provato un po’ di nostalgia o di dispiacere nel momento in cui ho smesso di esercitare una professione per cui credo di essere nato – vengo da una famiglia di medici, per i Pontecorvo è una specie di vocazione – e per la quale avevo studiato e mi ero preparato. Ma gli eventi mi hanno imposto di essere razionale. Sposandomi mi ero inserito in una famiglia con interessi imprenditoriali (la Avir, specializzata nella lavorazione del vetro, ndr): mia moglie era figlia unica e aveva perso il padre da piccola e così – un po’ per gioco e un po’ per responsabilità – ho cominciato a seguire l’impresa che poi ho abbracciato. È stata una scelta di cui non sono pentito: mi ha consentito di allargare il mio orizzonte, di scoprire nuovi interessi in un’epoca in cui il medico lo si faceva per passione, quasi fosse una missione, e non c’era la possibilità di commercializzare la propria attività...

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