Mr Media World

Pierluigi Bernasconi

Pierluigi Bernasconi

Il commercio è un importante ambito di creazione di lavoro. Eppure il mondo politico non lo prende in considerazione. È necessario usare buon senso e bilanciare l’interesse delle parti. È questa la ricetta di Pierluigi Bernasconi, amministratore delegato di Mediamarket Italia, che con determinazione, una passione sconfinata per il retail e la volontà di essere il “primo della classe” ha fatto della sua azienda la prima della distribuzione non food italiana

Al sidecar preferisce la Porsche. Eppure nel sidecar che è l’Ita­lia - così definisce il nostro Paese perché come il sidecar uni­sce agli svantaggi dell’auto quelli della moto - sembra trovarsi bene. Anzi. È qui che da 18 anni guida la catena specializzata di elettronica Media World, avendola portata ai massimi livelli di redditività non solo italiani, ma anche europei. Qual è la ri­cetta del successo di Pierluigi Bernasconi? A sentire lui, molto buon senso e determinazione, una passione sconfinata per il re­tail e la forte volontà di essere il “primo della classe”. Non è un caso, infatti, che il gruppo tedesco Metro Group lo abbia scelto dal 1989 per capitanare l’ingresso sul mercato italiano, un in­gresso che ha segnato l’inizio dell’era moderna della distribuzio­ne di elettronica. È cambiato il modo di intendere il retail, an­che se c’è ancora molto da fare in termini di rappresentatività della distribuzione nel mondo politico. E pensare che la mag­gior parte degli operatori del settore era scettico e, nel miglio­re dei casi, affermava: «questi durano sei mesi»… Oggi Media­market Italia ha un giro d’affari superiore a 2 miliardi di euro (ha chiuso il 2007 con un fatturato di 2 miliardi, Iva esclusa), che punta a raddoppiare entro cinque anni, e 88 punti vendita, di cui 78 Media World e 10 Saturn.

Siete la più grande azienda di distribuzione non alimentare e tra le prime 60 aziende nella classifica delle imprese italiane.
Non ho mai considerato questo un obiettivo, ma mi piace es­sere “il primo della classe”. Non per un motivo fine a se stesso, ma come gratificazione per tutte le persone che lavorano con me: è bello sapere di aver fatto un buon lavoro. Mi ritengo for­tunato, perché faccio ciò che mi è sempre piaciuto - il retailer di elettronica - e non ho mai avvertito il peso della fatica. So­no sempre andato per le linee di minore resistenza. Non vor­rei mai cambiare il mio lavoro, così come non vorrei mai cam­biare azienda.

Con un fatturato di oltre 2 miliardi di euro e 7.000 dipen­denti la sua azienda ha un grande peso nell’economia nazio­nale. Cosa pensa della centralità di Confindustria nelle rela­zioni di Governo in un’Italia sempre “meno industria e sem­pre più commercio e terziario”?
Confindustria svolge il suo ruolo in un contesto dove le indu­strie storicamente rilevanti sono aziende manifatturiere e han­no nomi come Fiat. Confcommercio si trova in una posizio­ne secondaria, forse a causa della frammentazione del merca­to retail. La grande distribuzione è, infatti, storia recente. Ciò non toglie che è importante che le cose cambino e rapidamen­te, in quanto il retail è un importante ambito di creazione di posti di lavoro. Non è possibile che un ministro faccia da terza parte quando si discute il contratto dei metalmeccanici, men­tre...

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