Remo Ruffini (Moncler): è tutta questione di energia (creativa)

© Getty Images

Non essere schiavi dei target e attrarre un pubblico quanto più trasversale possibile, è questa la chiave di volta che ha rilanciato un marchio ormai spacciato, com’era Moncler, trasformando i suoi piumini in must-have del lusso

L’headquarter di Moncler in centro a Milano è ambiente seducente, tutto nero e luccicante, costellato da un mix leggermente kitsch di riferimenti alle Alpi e all’antica Roma: sulle pareti della reception svetta un quadro gigante che ritrae grigi pendii ondulati; di fronte, su un luccicante tavolino da caffè, fa bella mostra di sé la scultura falsa antica di una testa di cavallo.

Al quarto piano, al tavolo di una sala riunioni meticolosamente ordinata, siede – vestito con cura (camicia blu navy e pantaloni in tinta) – il 55enne presidente e amministratore delegato, Remo Ruffini. Fu lui che, 14 anni fa, intuì il potenziale di un brand a lungo trascurato e sottovalutato e trasformò i suoi vistosi e coloratissimi piumini in un must-have di lusso, sfruttando al meglio la tendenza alla fashionificazione dell’abbigliamento da sci, senza per questo comprometterne la qualità tecnica.

Ruffini è il perfetto esempio di come si debba vivere in prima persona il proprio brand per comprenderlo e portarlo al successo. Lui è la personificazione di Moncler. È cresciuto sul Lago di Como (dove ancora vive con sua moglie; la coppia ha due figli, entrambi ventenni e professionalmente impegnati nel mondo della finanza), a due passi dalle montagne dove ha imparato a sciare e a essere ossessionato da una sartoria di nicchia francese specializzata in capi invernali chiamata Moncler. Ha visto le sue giacche ogni giorno andando a scuola; finché a 14 anni...

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