Riscrivere la modernità, intervista a Carlo Petrini

Carlo Petrini, per gli amici “Carlin”, ha studiato sociologia ma sin dai tempi dell’università si è dedicato con passione all’enogastronomia. Fondatore di Slow Food nel luglio 1986, ha ideato grandi eventi come Cheesee, Salone del Gusto e Terra Madre

Sostituire umiltà e compassione ai concetti di produttività e competitività: è l’operazione “stile Slow Food” che, nel 30esimo anniversario della sua associazione, l’eco-gastronomo piemontese propone per riaccendere la scintilla della nostra società. Anche a costo di stravolgere il totem della meritocrazia: «Chi l’ha detto che il più bravo è quello che guadagna di più?»

A 67 anni lo chiamano ancora “Carlin”. Da tre decenni si batte per Slow Food, eppure non ha perso un briciolo dell’energia degli inizi. Partendo dalle sue Langhe, da Pollenzo (Bra, provincia di Cuneo), Carlo Petrini ha portato nel mondo il culto delle tradizioni anche attraverso eventi di rilievo internazionale come Terra Madre Salone del Gusto che invaderà i luoghi più belli di Torino dal 22 al 26 settembre in un’edizione speciale che celebra il 30esimo anniversario dell’associazione, una storia raccontata nel libro Buono, pulito, giusto (Giunti editore). Il titolo riprende lo slogan di Slow Food e del suo fondatore che – fresco di nomina ad Ambasciatore speciale della Fao per il progetto Fame Zero – rilancia la battaglia per la difesa della biodiversità agroalimentare attraverso il progetto dell’Arca del gusto: «Non posso sopportare che ci sia una rincorsa a prodotti che costano poco, che mortificano il lavoro dei contadini e, allo stesso tempo, che distruggono l’ambiente».

Quanto conta il buon cibo, il mangiare bene nella qualità della vita?
L’alimentazione ha sempre avuto un’importanza vitale per l’uomo. Le nostre memorie più intime spesso sono collegate a momenti di condivisione della tavola. “Mangiare bene” non è perciò un concetto di tipo organolettico, ma riguarda la convivialità e di conseguenza la serenità e la felicità delle persone. Ridurre il cibo di qualità solo a una dimensione “ludica”, dunque, è riduttivo: anche le persone più semplici hanno nel desco un elemento che segna i tempi della nostra esistenza. Se ci immergiamo in questa visione più ampia, allora non c’è ombra di dubbio che il buon cibo sia anche buona vita.

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RIFIUTO DEL PROTEZIONISMO E LIBERO MERCATO,

DUE FETICCI DELLA NOSTRA SOCIETÀ,

NON SONO APPLICATI NELLA LORO ESSENZA

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Da dove nascono invece un buon cibo, un buon vino, una materia prima “buona, pulita e giusta”?
Ognuno di noi si è costruito nel corso della vita una dimensione locale con il cibo, ha stretto legami con la sua famiglia e la sua comunità e questi rapporti hanno avuto un valore anche formativo per la sua identità. La cosa più bella allora a tavola è quella di scoprire la diversità, instaurare un rapporto di scambio che diventa molto profondo e personale se guardiamo al cibo come un’espressione culturale. E allora il divertimento vero è scoprire le altre culture, guardare gli altri come si nutrono, spinti dalla passione, dalla curiosità o da un interesse “scientifico”.

Le davano dell’utopista trent’anni fa, oggi magari qualcuno la definirebbe una Cassandra. Dopo trent’anni a che punto crede che sia la battaglia per Slow Food? Se da una parte la globalizzazione è una realtà, dall’altra si parla sempre più di filiera corta, km 0, farmer’s market…
Una parte della nostra filosofia è cambiata, perché sono mutate le condizioni della società, gli approcci, le generazioni, i flussi di integrazione. L’attenzione verso la produzione è sicuramente una spinta positiva, ma non dimentichiamo che, soprattutto nel nostro Paese, la condizione dell’agricoltura non è mai stata così problematica come in questo momento. Il prezzo del grano è fermo a trent’anni fa, le stalle che chiudono perché non possono vendere il latte a più di 22 centesimi a litro. A fronte di questa accresciuta sensibilità, permane una situazione agricola estremamente compromessa.

Una delle sue ultime battaglie è contro il Ttip, l’accordo transoceanico di libero scambio tra Ue e Stati Uniti. In generale, perché al mercato piace che gli oggetti, e quindi anche i cibi, siano sempre più uniformi? È colpa nostra che siamo diventati incapaci di riconoscere la qualità e apprezzare la diversità?
Ci sono alcuni feticci che sono diventati ormai indiscutibili nella cultura di oggi. Il primo è il libero mercato, il secondo è il rifiuto del protezionismo. Sarebbe bello vedere queste parole applicate nella loro essenza, perché così in realtà non è. Il mercato, infatti, non è “libero”, perché i più forti dominano sui più deboli che andrebbero invece tutelati. Per quanto riguarda il protezionismo, può andare bene per altre merci, magari nella manifattura, ma non è accettabile in campo alimentare. Perché i cibi nascono su un territorio e lì devono essere promossi, sostenuti, commercializzati. Un cibo non può trovarsi sotto lo schiaffo di economie dove la manodopera costa poco e non esistono regole igieniche, di salvaguardia e di tutela della salute come quelle attualmente in vigore nell’Unione europea. Dire no al Ttip non è, dunque, una forma di protezionismo, ma di equità. Se, per esempio, facciamo una legge per vietare ai nostri produttori di usare gli ormoni nell’allevamento, non possiamo poi permettere che in osseguio al libero mercato arrivi della carne “pompata” dagli Stati Uniti: sarebbe un’iniquità enorme per i nostri allevatori. E aggiungo: questa “sensibilità” nei confronti delle richieste della grande industria e delle multinazionali non fa il gioco nemmeno della piccola produzione di qualità che negli Usa, guarda caso, sta andando proprio verso il nostro modello. Tra un po’ di tempo, insomma, saranno gli americani stessi a non accettare questo tipo di accordo perché non rispetta nemmeno gli standard qualitativi richiesti da milioni di consumatori anche Oltreoceano.

Carlo Petrini © Alberto Peroli

Nemmeno l’altra parte del suo discorso, quella sulla “slow life” sembra essersi affermata in questi anni. Siamo ancora più stressati, stanchi, frustrati: è colpa dello stile di vita contemporaneo, della crisi o solo di noi stessi?
L’ebrezza della velocità è sempre allettante e le nuove tecnologie ci danno stimoli, anche validi a livello sociale talvolta, ma che in altri casi ci creano solo angoscia. Penso, per esempio, a quello che scrivono i giovani e i meno giovani sui social network: cattiverie gratuite, tanto odio. Per questo a livello economico e sociale bisogna mettere in piedi un’operazione in stile Slow Food e cioè rimettere in pista certi valori come la diversità, la tradizione, la saggezza contadina. Quando lo facemmo noi nell’alimentazione tutti ci diedero dei conservatori, che per me resta un grande complimento. Chi ci accusava di passatismo non capiva che in quella spinta al recupero del positivo, poteva esserci il germe di una modernità rivisitata. Trasportiamo questo esempio nella vita quotidiana: che cosa succederebbe se al posto di efficienza, meritocrazia, produttività e competitività, tornassimo a parlare di umiltà, compassione, lealtà e fiducia? Ci accorgeremmo che questi valori nella modernità potrebbero avere ancora un potere rivoluzionario. Chi l’ha detto che la meritocrazia è il segreto della felicità? Quali sono i parametri? E il più meritevole è solo chi guadagna di più?

Il suo messaggio è stato sempre quello della narrazione, un tipo di comunicazione che oggi spopola sotto il termine di storytelling. Come racconterebbe oggi il nostro Paese all’estero?
Non c’è abbastanza impegno da parte di tutti i cittadini per difendere la nostra ricchezza più grande, che è la bellezza. Anzi, c’è una corsa a distruggerla. Perché il bello italiano ha dato vita al Rinascimento, ma soprattutto a una concezione umanistica distintiva. Sono preoccupato che prevalga la bruttezza in tanti aspetti della nostra vita.

E allora cerchiamo qualche appiglio per essere positivi. Secondo Coldiretti, sono circa 20 milioni gli italiani che si dedicano alla coltivazione dell’orto, il 25% dei quali lo fa per avere più cibo sano. Almeno questo sarà un bel segnale di consapevolezza…
L’elemento più importante è il ritorno alla terra, non dimentichiamo che il termine umile deriva da “humus”. Sono tante le persone che in questo Paese lavorano a contatto con la natura, spesso sono giovani, ma questa storia viene raccontata di rado. A oscurarla è il business duro che viene sempre considerato migliore e più autorevole. I business lenti, invece, lasciano sedimenti e donano il sorriso a chi li percorre, sono poco performanti e per questo vengono ignorati, ma tanti risultati “soft” alla fine durano più di chi fa grandi affari in fretta e dopo dieci anni è già sparito.

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NON C’È ABBASTANZA IMPEGNO

NELLA DIFESA DELLA BELLEZZA.

ANZI C’È UNA CORSA A DISTRUGGERLA

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Parlava dell’amore dei giovani per la natura: i cosiddetti Millennials sono cresciuti con i fast food, ma sono consumatori attenti all’ecosostenibilità di quanto comprano, scelgono verdure fresche con l’ecommerce e danno vita ad aziende green. Il futuro non è poi così negativo allora?
Vedo emergere una generazione straordinaria, la prima a non essere nata nella contrapposizione. Nella piccola università di Slow Food sono a contatto quotidianamente con i ragazzi, per il 70% provenienti da 70 Paesi del mondo. Vedere la passione con cui affrontano le nostre tematiche è un fenomeno che non dipende solo dai docenti, bensì dalla qualità di questi studenti. Stiamo ripensando proprio in questi mesi il nostro percorso accademico e l’impegno più grande è trovare il modo di renderli protagonisti. In fondo è sempre stato così, i giovani anticipano sempre le tendenze. E questo dimostra anche quanto non fosse reazionario, bensì modernissimo, il nostro pensiero trent’anni fa.

I futurologi vedono nei piatti che verranno cibi artificiali, insetti da mangiare come proteine e altri scenari un po’ apocalittici. Quale immagina sarà il ruolo del “cibo del domani”?
Il mangiare rimarrà sempre quello del territorio, al quale ciascuno di noi è collegato da un cordone ombelicale invisibile. Ho visitato il Messico e alcuni Paesi africani dove si mangiano gli insetti, ma questo non vuol dire che debba mangiarli anche io. Così come non è detto che a tutti debba piacere il bruss, un formaggio che si fa nelle mie Langhe ed è il frutto di una lunga stagionatura: prima diventa verde, poi gli si aggiunge un po’ di rhum e la crema assume un odore che ricorda vagamente i piedi sporchi. Non è quello l’alimento universale del futuro, ma spero resti un cibo delle Langhe. Il cibo si evolve lentamente come il linguaggio, come la vita: guai a immaginare il futuro totalmente separato dal presente. In fondo, negli anni 70 eravamo convinti che oggi avremmo mangiato con le pillole…

NESSUNA NOSTALGIA
Expo 2015 © Getty Images
Expo 2015 ha focalizzato l’attenzione del tema sul cibo. Alla vigilia della manifestazione, Petrini definì l’evento un «circo Barnum» ma dopo il successo di pubblico avrà cambiato idea? «Che la sensibilità e la cultura alimentare siano state piegate al circo mediatico durante l’Esposizione è un dato di fatto», sottolinea ancora il papà di Slow Food. «Allo stesso tempo, devo ammettere che Expo 2015 è stato un palcoscenico dove si sono potute portare avanti alcune tematiche. Ora che l’evento è finito, però, il dibattito non è cambiato, perché durante quei sei mesi è rimasto dentro a un evento fortemente locale e milanese. Parlare di un’Italia “dopo Expo” è davvero un’esasperazione».

 

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