Claudio Luti: «Aprirsi al mondo»

Da 1988 al timone di Kartell, Luti è presidente della società fondata nel 1949 dai suoceri, Giulio e Anna Castelli. Sotto la sua guida è divenuta uno dei riferimenti mondiali del design d’interni

Design e vocazione industriale ma guidati sempre dall’innovazione tecnologica e di prodotto, il neo cavaliere del lavoro racconta il trionfo della plastica fatta arte: «Produciamo tanti oggetti ma con una sola identità, che ci permette di conquistare i clienti di tutte le età e culture»

Una storia di famiglia, acquisita. Di bellezza, insospettabile. Di successo, mondiale. È quella di Claudio Luti con Kartell , azienda fondata nel 1949 dai suoi futuri suoceri Giulio e Anna Castelli: lui ingegnere chimico innamorato della plastica che ha lavorato con un premio Nobel; lei architetto che ha vissuto la ricostruzione nel Dopoguerra di Milano accanto alle più grandi firme dell’epoca. Nel 1988 l’azienda è in crisi e Luti decide la svolta della vita: lascia la maison Gianni Versace dopo 11 anni di gestione e si butta nel “mondo della plastica” con i fondi ricavati dalla cessione delle quote. Con innovazione e vocazione industriale, trasforma questo materiale nell’anima di una collezione di design d’interni leader a livello planetario. Mentre i suoi prodotti affascinanti, trasparenti e «democraticamente» lussuosi conquistano il mondo, Luti colleziona cariche di prestigio al vertice dell’economia italiana.

L'aforisma 

Bisogna continuamente evolversi, tenendo sempre salda la propria identità

Luti, lei è stato appena nominato Cavaliere del lavoro dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. È un riconoscimento come un altro o per lei ha significato qualcosa in particolare?
Sono molto lusingato e ringrazio il presidente della Repubblica per questa onorificenza che mi spinge a rafforzare il mio impegno verso la continua valorizzazione dell’eccellenza italiana. Ho voluto dedicare questo titolo alla mia famiglia e a tutti i dipendenti, designer e collaboratori di Kartell, perché tutti insieme, con idee, progetti, visioni e passione, mi hanno permesso di arrivare a questo risultato e contribuiscono ogni giorno a realizzare quell’eccellenza per cui l’azienda è universalmente riconosciuta e, di conseguenza, a creare quel valore del made in Italy apprezzato nel mondo.

Ha dichiarato che uno dei risvolti dell’anima di Kartell è la coerenza. Come si esplica questa coerenza e in cosa consiste nello specifico l’anima del brand così come lei l’ha pensato e voluto?
La prerogativa di Kartell è quella di trovare sempre nuove idee e nuovi prodotti, ma che corrispondano all’identità del brand. Il consumatore compra Kartell, perché sa di poter acquistare non solo un prodotto affidabile ma uno stile di vita. La capacità di tutti i nostri prodotti è la loro estrema versatilità, così i nostri clienti sanno di poter combinare un prodotto icona in plastica con qualsiasi arredo dal classico al contemporaneo, che si adatta in città, nella casa al mare e nel cottage di montagna. È un prodotto per ogni età e per ogni cultura.

Proseguendo su questa metafora, se dovesse indicare il corpo di Kartell, di cosa parlerebbe?
artell è un progetto che si fonda sulla continua innovazione tecnologica, sulla combinazione dell’idea creativa dei designer e la sua trasformazione in prodotto industriale. Fin dalla sua nascita è sempre stata un’azienda che ha precorso i tempi, ha innovato nel processo industriale e nel prodotto. Ha investito nella collaborazione con tanti designer che sono cresciuti in notorietà accanto al brand Kartell e ha portato nel mondo prodotti che sono diventati icone del design.

Per saperne di più 

Per alimentare la creatività, lei ha dichiarato che occorre avere tanto coraggio mixato al cuore e alla curiosità. L’imprenditorialità, l’essenza di un buon imprenditore, di cosa si alimenta invece?
Bisogna sempre puntare sull’innovazione, di processo e di prodotto. Kartell ha coraggiosamente aperto un nuovo capitolo della storia del design quando negli anni ‘50 ha dato per prima alla plastica dignità e anima, così come è stata innovatrice 15 anni fa quando ancora una volta per prima ha inventato la plastica trasparente definendo un percorso che ha portato in catalogo, attraverso un’evoluzione tecnologica continua, alcuni dei pezzi icona più famosi al mondo come la sedia La Marie. È stata frutto di una scelta innovatrice la linea Precious, fondata sulla metallizzazione dei prodotti attraverso un sofisticato procedimento di finitura. E per finire quest’anno il divano Uncle Jack, il più grande prodotto mai realizzato in policarbonato trasparente. Denominatore comune di questo lungo percorso è alimentarsi di una continua ricerca della bellezza, del prodotto, della sua manifattura e del suo valore intrinseco.

Da sempre il brand è sinonimo di innovazione, che può essere ormai solo limitatamente formale perché soprattutto funzionale. Qual è la formula dell’innovazione targata Kartell che, in tutto o in parte, può valere anche per altre tipologie di produzioni?
Kartell è stata da sempre un’azienda innovatrice, dai suoi esordi quando ha iniziato a rendere nobile un materiale come la plastica, di uso comune. Al mio arrivo, il mio impegno è stato quello di fare un ulteriore passo, cioè rafforzare prima di tutto il brand, circondandomi di creativi che fossero in sintonia con me e che portassero sempre nuove idee, nuovi prodotti industrializzabili. Si è creata una squadra di designer che hanno lavorato e continuano a lavorare per Kartell come Piero Lissoni, Antonio Citterio, Philippe Starck, Ferruccio Laviani, Patricia Urquiola, Ron Arad e tantissimi altri. Lavorando in stretta sinergia, sono nati con loro prodotti che sono diventati icone, come La Marie di Starck, la lampada Bourgie di Laviani, o i carrelli di Citterio, le sedie di Lissoni e la libreria Bookworm di Arad.

Claudio-Luti-Kartell

Quando si vuole fare innovazione che ruolo deve giocare, ammesso che debba farlo, la tradizione? E che ruolo gioca la storia stessa dell’azienda?
Innovazione e tradizione sono due termini fortemente connessi. Ogni innovazione creativa e produttiva rappresenta un’evoluzione del capitale intellettuale dell’azienda. Tutti i nostri prodotti hanno una loro storia, a partire dalla quale si gettano le basi per la realizzazione di nuovi prodotti che rappresentino l’attualità dei tempi nel rispetto del percorso aziendale.

Quello di Kartell è un design alto di gamma a prezzi accessibili: in breve avete fatto tesoro della lezione del lusso, una fascia di produzione che in questi anni di crisi ha tenuto rispetto al resto. Cos’è la qualità secondo Kartell?
Non amo particolarmente la parola lusso, credo che vada collegata oggi a una sfera più psicologica e personale. Lusso è essere liberi di organizzare il proprio tempo e i propri spazi, esercitare le proprie passioni e vivere con emozione la famiglia, la casa, le amicizie, il tempo libero e ovviamente il lavoro. In questa libertà ci sta anche la possibilità di circondarsi di cose belle, ma soprattutto di cose di qualità. Kartell è quello che molti definiscono un lusso accessibile, ovvero un brand per sua natura democratico, che trasferisce con i suoi prodotti di altissima qualità un alto valore aggiunto, derivante dallo studio della creatività e dalla unicità del design, sempre accomunati dalla garanzia di prodotto ben fatto. Produciamo in serie migliaia di pezzi che sono controllati con minuziosità, non esiste pezzo che esca dalla fabbrica se non perfetto. Il nostro controllo qualità è la garanzia del nostro prodotto, la nostra forza che ci distingue dalla tante copie con cui purtroppo dobbiamo fare i conti su tutti i mercati.

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In un mercato sempre più saturo,

un brand che voglia essere competitivo

deve sviluppare la propria strategia

scommettendo sull’articolazione di gamma

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Rilevando e rilanciando Kartell nel 1988, lei ha applicato qualche lezione appresa negli 11 anni di gestione della Gianni Versace. Oppure ogni azienda fa storia a sé e quindi ha dovuto ricominciare tutto da capo?
La mia esperienza in Versace è stata direi fondamentale per costruire la nuova avventura in Kartell, anche se volumi e modalità sono diversi. Ho lavorato però nella logica di affermazione del marchio e nella espansione della rete vendita con una politica retail molto specifica in tutto il mondo.

Dal 2008, anno dell’insorgere della crisi, a oggi come si sono dovute evolvere le strategie di Kartell per competere?
Innanzitutto internazionalizzazione e apertura ai nuovi mercati. Da sempre stiamo portando avanti una continua espansione in aree internazionali strategiche e vogliamo continuare su questa strada per arrivare anche in altri Paesi per noi interessanti. Un altro elemento competitivo è stato senza dubbio l’allargamento della gamma di prodotti – penso a Kartell à la mode – con la realizzazione di accessori moda sempre in materiale plastico ma anche più recentemente alle fragranze per la casa che abbiamo lanciato a gennaio e alla collaborazione con Collistar per una linea di cosmesi.

E com’è dovuto cambiare il concetto di rischio d’impresa? E in che direzione si va stabilizzando?
In un mercato sempre più saturo di proposte, di marchi, di prodotti, oggi un brand che voglia essere competitivo deve articolare la propria strategia puntando su diversi fattori. Senza mai rinunciare a ricerca, innovazione e qualità del prodotto, occorre scommettere sull’articolazione di gamma (inserendo nuove categorie merceologiche compatibili con il core business e nel rispetto dell’identità del brand), la differenziazione dei canali di vendita oltre che l’internazionalizzazione. Il che comporta assumersi rischi su più fronti. Tuttavia è questo approccio sfaccettato e dinamico a premiare le aziende con importanti risultati. Con Kartell stiamo appunto seguendo questo percorso: oggi l’azienda ha quattro divisioni (Kartell Habitat, Kartell à la Mode, Kartell fragrances, Kartell in Tavola) e una joint venture dedicata all’arredo bagno: Kartell by Laufen. Distribuisce su più canali: retail, contract, shopping mall di lusso, on line. Esporta in 140 Paesi. Ecco per me in sintesi come interpreto il rischio di impresa oggi.

La storia 

1949
Nasce Kartell a Noviglio, in provincia di Milano. A fondarla è l’ingegnere chimico Giulio Castelli.

1964
Kartell produce la prima sedia al mondo in materiale plastico, la seggiolina 4999 Sapper-Zanuso.

1988
Claudio Luti rileva l’azienda. Il primo prodotto Dr. Glob, firmato da Philippe Starck, segna la grande svolta di Kartell nel proporre un prodotto in materiale plastico ad altissimo contenuto tecnologico ed estetico.

1999
Viene messa in produzione La Marie (Philippe Starck), la prima sedia in policarbonato trasparente.

2002
Viene messa in produzione Louis Ghost, la sedia tuttora più venduta di Kartell, divenuta un’icona (dal 2002 ad oggi più di 2 milioni di pezzi venduti).

2008
Kartell inizia a produrre i primi accessori moda Kartell à la Mode.

2014
Viene messo in produzione il divano Uncle Jack, il più grande prodotto mai realizzato in policarbonato trasparente, che testimonia 15 anni di ricerca e innovazione nella tecnologia a iniezione.

«Per salvare un’azienda in crisi occorrono (oltre ovviamente ai capitali) visione, strategia e concretezza», sono parole sue. E per fare uscire dall’impasse l’economia di un Paese? È d’accordo con chi ritiene che basterebbe applicare i principi della buona gestione aziendale, oppure la pensa come chi ritiene che un Paese non sia un’azienda e che insieme alla strategia occorra avere visione? E, se sì, quale?
Sicuramente è necessaria una buona gestione, ma al di là di questo occorre anche una strategia che porti alla creazione di strumenti e metodi per snellire l’apparato e le procedure burocratiche, che nel nostro Paese sono penalizzanti. È necessario individuare percorsi virtuosi per velocizzare l’operato della Pubblica amministrazione, operando in maniera concreta con una visione orientata a semplificare quella selva di norme e procedure che limitano la crescita e l’appetibilità nei confronti degli investitori stranieri. È necessario inoltre trovare misure adeguate di incentivazione e di sostegno rivolte alle imprese e al mondo produttivo che consentano una ripresa forte e duratura.

Kartell esporta ormai circa 80% della sua produzione. C’è un’Italia descritta dall’export dell’eccellenze del made in Italy, molto diversa da quella che vediamo – perennemente scontenta di sé – dall’interno dei confini. C’è qualcosa che si possa fare a livello istituzionale, culturale, imprenditoriale, sociale, per fare diventare l’Italia quella che in definitiva è vista dall’estero?
Dobbiamo smettere di piangerci addosso ed essere distruttivi, ma attivare uno sforzo di convergenza e sinergia che investa tutti i soggetti, dalle aziende ai sistemi associativi, al sistema creditizio e assicurativo, oltre ovviamente al sistema politico presentandoci come un Sistema Paese forte. È quindi necessario individuare delle strategie efficaci per tutto il made in Italy, in una logica di sistema che sarà l’arma vincente per affermare la nostra competitività.

I suoi figli, Federico e Lorenza, lavorano insieme a lei in Kartell. Come vive e pensa di risolvere il passaggio generazionale che, per le imprese italiane, mediamente costituisce spesso un momento difficile nella storia aziendale?
I miei figli lavorano in Kartell già da tempo con ruoli di responsabilità, affiancandomi anche nei processi decisionali strategici e portando idee e progetti che in questi anni hanno permesso al brand di crescere sviluppando, ciascuno nel proprio ambito di riferimento, opportunità e nuove strategie di crescita, per esempio legate alla diversificazione dell’immagine del brand o all’allargamento dei mercati di riferimento.

Kartell ha dimostrato di essere non solo un’azienda di design, ma un vero e proprio brand di lifestyle: che cosa vorrebbe che diventasse da qui ai prossimi cinque anni?
Nei progetti futuri c’è certamente un allargamento e un consolidamento su alcuni mercati esteri. Negli scorsi mesi sono stato in Asia, a Tokyo e negli Emirati, dove stiamo portando avanti una continua espansione, ma ci sono tanti mercati su cui rafforzare la nostra posizione. E ci sono anche nuovi progetti su nuovi segmenti produttivi: abbiamo ripreso il lavoro sul tema tavola, stiamo lavorando sulla moda, sulla bellezza e sulle fragranze per la casa. Andremo sempre più nella direzione di globalizzare al massimo il marchio.

Articolo pubblicato sul numero speciale L’anima delle imprese di agosto 2015

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