Non cercate il lavoro dei vostri sogni

Sono 73 i Paesi dove ha lavorato Paolo Gallo tra Citigroup, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, Banca Mondiale e World Economic Forum

«Ma un’azienda che condivida i vostri valori e principi: solo così non rischierete di fallire». A dirlo è Paolo Gallo, capo delle Risorse umane del World Economic Forum, dopo 25 anni in giro per il mondo e 9 mila colloqui. «Il segreto del successo? Investire sul proprio talento, non sulla passione»

«Una grande banca italiana mi aveva contattato per un incarico, ma poi mi ha scartato perché non avevo abbastanza esperienza in Italia. E, secondo me, ha fatto bene». D’altronde, Paolo Gallo ha lasciato il nostro Paese nel 1992, fresco di laurea alla Bocconi. Dopo gli inizi in Citigroup a Milano, la banca inglese lo chiama a Londra: da lì comincia un viaggio che tocca 73 nazioni con l’International Finance Corporation di Washington, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e la Banca Mondiale fino al World Economic Forum (Wef), dove è capo delle risorse umane da due anni e mezzo (e collabora con l’Università Bocconi e la Ashridge Business School, oltre a scrivere per l’Harvard Business School Review e Forbes). «Si nota un filo rosso nelle mie esperienze lavorative: la mission del Wef, d’altronde, è “improving the state of the world”. Non avrei potuto fare altrimenti: bisogna lavorare in aziende che rispecchiano i propri valori», dice dal suo ufficio con vista sul lago di Ginevra.

Ha scritto per Rizzoli La bussola del successo, già un best seller soprattutto su Amazon. Qual è, dunque, il segreto per essere felici sul lavoro?
Un rapporto lavorativo nasce come un matrimonio. Per durare, alla base di una coppia deve esserci una condivisione di visioni e obiettivi. Quando inizi a conoscere la persona che ami, l’obiettivo non è di sposarla, ma piuttosto cercare di capire se ci sono principi e valori condivisi per un progetto di lungo termine. Allo stesso modo in un colloquio, l’obiettivo non è ottenere un posto di lavoro, ma capire se quel ruolo è allineato con il tuo progetto di vita. Il 62% delle persone si pente del posto di lavoro entro sei mesi dall’assunzione: e se sbagli scelta, è difficile rimettersi subito alla ricerca di un altro posto. O perlomeno si viene guardati con sospetto.

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DURANTE UN COLLOQUIO

L’OBIETTIVO PRINCIPALE

DOVREBBE ESSERE QUELLO

DI CAPIRE SE IL POSTO

A CUI SI AMBISCE

È ADATTO AI PROPRI PRINCIPI

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Come i matrimoni, però, anche i rapporti lavorativi falliscono. Come mai?
Ci sono i lavoratori che vanno alla grande, quelli che vivacchiano e quelli che precipitano nella delusione. Io ritengo che a determinare la disillusione di un lavoratore sia la mancata coincidenza tra i suoi valori e quelli dell’azienda. L’ho sperimentato anche io sulla mia pelle: andai a lavorare in un Paese del Medio Oriente dove in un cortile degli uffici c’era una tigre. Ogni giorno le mettevano nella gabbia un animale per nutrirla. Me ne andai il secondo giorno, ma la colpa era stata solo mia nell’accettare quella posizione. Così spesso l’ambizione di uno stipendio, di una posizione, di uno job title fa perdere di vista l’essenza di quello che siamo. Solo scegliendo una carriera in linea con le nostri motivazioni profonde riusciremo a fare un buon lavoro e a goderci appieno successi e gratificazioni».

Tornando alla metafora dei rapporti amorosi. Se prima di un matrimonio c’è un fidanzamento, dietro un’assunzione c’è un lungo processo di recruiting. Ogni divorzio lavorativo è un fallimento dei suoi colleghi?
Le Hr andrebbero profondamente rivisitate, in tutti i sensi, anche se la decisione finale sulle assunzioni viene presa sempre dal management: le risorse umane sono responsabili di portare a termine un processo corretto su metodologie serie e regole chiare. L’impostazione classica impone ai candidati di mettere in mostra la migliore versione di se stessi, anche a costo di esagerare alcune capacità o competenze. Secondo me, durante un colloquio ci si dovrebbe preoccupare di più di capire se il posto al quale si ambisce possa essere adatto ai propri principi. Altrimenti si sta solo perdendo tempo.

Nel suo libro ci sono anche alcuni consigli su come scrivere un curriculum efficace o presentarsi a un colloquio di lavoro. Di questi decaloghi ne esistono infinite versioni, ma qual è la sua regola aurea?
A parte le ovvietà, come la correttezza grammaticale del cv o la puntualità, consiglio sempre di essere autentici per non essere poi costretti a fingere in seguito. Sono contro, poi, quelli che dicono che il cv deve essere “perfetto”, pieno solo di esperienze importanti e nomi al tisonanti di università o istituzioni formative. Fate vedere che vi siete sporcati le mani, che avete fatto il fattorino o la baby sitter, la fatica non può mai essere un minus. Sono quelle le cose che vi rendono differenti dagli altri e che spingeranno un responsabile Hr a prendervi in considerazione per quel posto, mentre magari ci sarà sempre qualcuno con dei titoli migliori dei vostri. Non mi sono laureato a pieni voti, non sono il miglior dirigente del mondo, ma ho fatto molti lavoretti prima di finire l’università, tra cui per esempio l’accompagnatore di turisti a Londra e così ho imparato l’inglese. Ho anche lavorato in 73 Paesi diversi e questo profilo internazionale mi ha permesso di essere assunto alla Banca Mondiale e al World Economic Forum.

A proposito di capacità, come si fa a emergere in un dato posto di lavoro? Conta solo – come dicono i guru – la passione?
Ho una grande passione per il tennis, ma mi riderebbero dietro anche al torneo del villaggio vacanze: ho quindi capito velocemente che la mia passione non corrispondeva al talento e non sarei mai potuto diventare un giocatore professionista. A 12 anni avevo già realizzato che non “c’era trippa per gatti”. Mia moglie invece, quando emigrò dal Marocco a quattro anni insieme ai suoi sei fratelli, fu la prima a imparare il francese: le lingue erano il suo talento, oggi ne parla sei. Che vuol dire? Che ha compreso presto la sua strada e ci ha investito con tanta fatica. La passione è soggettiva, il talento è oggettivo: basta guardare un qualunque programma Tv come X Factor: ci sono tanti che si credono bravi cantanti, ma chi sa farlo davvero lo decidono i giudici. È il riconoscimento esterno che fa la differenza. La passione non basta, devi capire se quello che ti piace è anche il tuo talento. Se così non fosse, allora bisogna cercare altrove: tutti hanno un tesoro nascosto dentro di loro, ne sono sicuro dopo 9 mila job interview effettuate. Magari servono anni per scoprire qual è, ma poi bisogna assecondarlo. Faccio l’esempio di una mia conoscente: ha iniziato a fare l’artista a 65 anni dopo la pensione, ma ha sprecato le sue doti per 40 anni facendo la cassiera al supermercato perché aveva paura di perdere il posto di lavoro inseguendo la sua ispirazione.

IL LIBRO 

Non un manuale per i responsabili delle Risorse umane, ma una guida per i singoli lavoratori per districarsi tra colloqui e offerte di lavoro nella ricerca della strada giusta per la propria realizzazione

E se qualcuno si scoprisse bravo in qualcosa che proprio non gli piace?
Molti talenti restano soffocati, dalla pigrizia, dalla famiglia o da tanti altri fattori. Da amante del tennis, ho pianto quando Flavia Pennetta ha vinto gli Us Open a 35 anni. Nel dopo gara, un giornalista le ha detto che aveva avuto un bel po’ di fortuna nel mettere a segno l’ultimo punto con uno stupendo lungolinea. Lei si è arrabbiata: altro che fortuna, gli ha risposto che erano vent’anni che provava quel colpo in allenamento.

Come capisco se un lavoro non è adatto a me? Insomma, cosa mi deve dare il coraggio di licenziarmi?
Ci sono tre fattori che determinano un rapporto felice con il proprio posto di lavoro: se ti fa crescere, se stai imparando ancora. Poi conta se stai contribuendo all’obiettivo comunque: puoi anche divertirti, ma devi dare qualcosa indietro. E, terzo, il rispetto: quello che tu hai per l’organizzazione e quello che essa ha per te. Non si tratta di buona o cattiva educazione, ma di sentirsi valorizzati, di capire se la propria opinione conta o meno. Se mancano questi elementi, allora non vale la pena rimanere. Se ci sono, si può andare anche oltre i fatidici tre-cinque anni, che sono considerati convenzionalmente il momento giusto per cercare un nuovo lavoro. Di solito se si cambia dopo meno di tre anni qualcuno storce il naso, se lo si fa dopo sei anni si pensa ci sia qualcosa che non va. Questo elemento temporale ha una valenza, ma da solo non è significativo: puoi stare trent’anni in un’organizzazione e occuparti di tanti incarichi diversi pur senza cambiare azienda. Restare al proprio posto andando avanti col “pilota automatico”, invece, è svilente e alla lunga insostenibile. Il mio libro, infatti, è per le persone, non mi ritengo adatto a dire alle corporazioni come gestire le persone, ma alla luce della mia esperienza posso dare dei consigli ai singoli.

Anche i giovani italiani farebbero bene ad andarsene? Negli anni si sono presi dei “choosy”, dei “bamboccioni” ecc.
Un’esperienza all’estero per me dovrebbe essere obbligatoria, perché giocare in trasferta fa bene, apre la mente, impone di riflettere sulla propria visione delle cose. Ma non è tutta colpa dei giovani italiani: a loro è stata tolta la fiducia più che la speranza. La fiducia che i loro sforzi verranno ripagati, la certezza che andranno avanti i migliori, la convinzione che ci sarà un posto anche per loro nella società italiana. E allora magari mi trovo dei laureati che mi servono la cena a Londra e per me è avvilente.

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I GIOVANI ITALIANI

NON HANNO PIÙ LA CERTEZZA

CHE I LORO SFORZI

SARANNO RIPAGATI

NEL MONDO DEL LAVORO

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È colpa del nostro sistema scolastico? Del Jobs Act di cui si parla a ogni aggiornamento dei dati?
Tra un laureato italiano e uno, per esempio, inglese, io scelgo sempre un italiano. Perché ha fatto un liceo duro, un’università pesante, ha gli strumenti per fare bene. Dall’altra parte, però, mia figlia ha otto possibilità su dieci di fare da grande un lavoro che oggi non c’è. La scuola dovrebbe dare gli strumenti per prepararsi anche a questo futuro, e quella italiana è ingessata su vecchi schemi. Per quanto riguarda la politica tricolore, se prima si parlava solo di Berlusconi oggi l’unico argomento è il referendum. È inaccettabile: i governanti dovrebbero ragionare in un quadro più ampio, di medio-lunga prospettiva, non cercare di gestire solo le contingenze.

Il sottotitolo del suo libro è “Regole per essere vincenti restando liberi”. Che cosa è rimasto del concetto di libertà nelle organizzazioni di oggi?
Si resta liberi non scendendo mai a compromessi. Se vengo assunto in un reparto risorse umane su segnalazione di qualcuno, a mia volta prima o poi dovrò assumere un altro raccomandato. Oggi si confonde spesso il concetto di libertà con quello di anarchia, cioè l’assenza di regole. La libertà è, invece, la possibilità di muoversi – e lavorare – senza costrizioni e influenze. E anche questo, a suo modo, è un successo.

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