“La parola chiave è formare insieme”

Marco Mancini © Imagoeconomica

Marco Mancini

Secondo Marco Mancini, presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui), diverse iniziative stanno fornendo una valida risposta all'esigenza di un rapporto più stretto tra atenei e imprese. Perché la collaborazione aiuta a vincere la diffidenza. Ma resta il problema della valorizzazione dei laureati

Presidente, il problema della discrepanza tra formazione universitaria ed esigenze delle imprese è davvero così serio?
Se il motivo del contendere è la necessità di un raccordo più stretto tra le esigenze del mondo dell’impresa e dell’università, posso dire che esistono già numerosissimi casi in cui la stessa progettazione dei corsi di studio è effettuata in stretto raccordo con le associazioni degli imprenditori e le esigenze del mondo produttivo in generale. La Crui ha inoltre già avviato diverse iniziative, come la Borsa della ricerca o la riproposizione, lo scorso anno, dell’accordo con Confindustria (vedi box in fondo all’intervista), che pone tra gli obiettivi quello di facilitare il matching tra imprese e mondo universitario. Anche diverse regioni hanno attivato con suc­cesso progetti per tirocini e stage formativi pres­so le aziende. In più, il ministero dell’Istruzione ha da poco inaugurato un portale unico (www.universitaly.it, ndr) per la presentazione dell’in­tera offerta universitaria. Per le imprese sarà uno strumento rico­gnitivo importante. Insomma, da questo punto di vista mi sem­bra che il percorso sia ben avviato. Altro discorso, molto delicato, ma che non compete all’università, riguarda le figure professiona­li che le imprese reclutano. Negli ultimi anni lo “spread” tra diplo­mati e laureati, dal punto di vista retributivo, si sta assottigliando; per vari motivi, presumo anche per il costo del lavoro, ci trovia­mo di fronte a un’omologazione, agli occhi dell’impresa, tale per cui i laureati non sono più valorizzati. Anche questo è un proble­ma molto serio.

Dunque l’introduzione degli stage curriculari è stata utile per mettere in relazione università e mondo del lavoro?
Senz’altro. Naturalmente sarebbe meglio se il tirocinio potesse ga­rantire, mediante una convenzione, una percentuale di assumibi­li presso quella stessa impresa. Purtroppo, oggi come oggi, credo lo impedisca l’incontrollabilità e l’imprevedibilità del mercato del la­voro.

Cosa potrebbero fare le imprese per aiutarvi?
Dovrebbero vincere la diffidenza nei confronti della capacità degli atenei di fornire davvero competenze utili per le loro esigenze. Par­liamoci chiaro, le università non sono deputate a costruire profi­li professionali per la singola azienda, sarebbe un fallimento se fos­sero esclusivamente al servizio dell’impresa. Però uno strumento formativo condiviso, per esempio il tirocinio, può essere quel mo­mento in più che qualifica una preparazione generale – non gene­rica! – per le esigenze di quell’impresa o di quel gruppo di imprese. Formare insieme, questa secondo me è la parola chiave.

In effetti l’impressione è che da parte delle imprese ci sia un po’ di sospetto verso alcune lauree ritenute troppo teoriche o supe­rate…
Non c’è dubbio, l’ho verificato spesso. Però mi sono accorto, nel rapporto proficuo con Confindustria, che queste diffidenze, lavo­rando insieme, si possono vincere. Per esempio, nel corso dell’ulti­mo incontro, l’associazione ha testimoniato di aver registrato espe­rimenti positivi di rapporto con le imprese per i laureati in filoso­fia. Mi ha fatto piacere, ma onestamente non me lo aspettavo.

Gli altri Paesi condividono le stesse difficoltà?
Non vedo sostanziali diversità nel rapporto imprese-università tra noi e l’estero, soprattutto sul fronte europeo. E non abbiamo nulla da invidiare sul fronte. Non a caso, se i nostri giovani non li assu­mono le imprese italiane, li accolgono quelle degli altri Paesi, dove c’è una richiesta di figure specializzate che, evidentemente, le uni­versità italiane riescono a soddisfare. La differenza è che all’este­ro la specializzazione dei laureati è tenuta in maggior conto anche sul piano retributivo. Mentre in Italia, curiosamente, sembra ci sia una sorta di rifiuto dell’impresa di avere al proprio servizio un’al­ta specializzazione.

Quindi non c’è un altro Paese da prendere a modello?
Secondo me abbiamo già tutti gli strumenti di cui abbiamo biso­gno. Anzi, dico di più, abbiamo un federalismo regionale che, al di là delle ultime vicende giudiziarie, dovrebbe essere un facilitato­re dell’interrelazione tra territori, in modo simile a quanto avviene in Germania, dove vige una forte differenziazione tra i land anche sul fronte del sostegno alle università e dei loro rapporti con le im­prese. Certo, il modello tedesco ha un valore in più: una forte in­dustria dall’effetto trainante e un altrettanto forte diritto allo studio, due elementi carenti nel nostro Paese.

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LA BORSA DELLA RICERCA
L’iniziativa, proposta dalla Crui, è pensata per costruire un network tra ricercatori e R&D manager, attraverso un format di interazione in grado di favorire il trasferimento di tecnologia e innovazione. In particolare, il portale della Borsa (www.borsadellaricerca.it) ha l’obiettivo di stimolare e supportare la nascita di connessioni costanti tra università e aziende ed è attivo tutto l’anno, con informazioni e servizi, eventi fisici e virtuali. Ogni anno si svolge poi il Forum della Borsa della ricerca, che nel 2012 si è tenuto a Bologna dal 16 al 18 maggio coinvolgendo ricercatori da 30 atenei, 60 aziende e oltre 250 delegati da tutto il mondo. Nel corso della manifestazione sono stati presentati 500 progetti di ricerca e si sono tenuti 800 incontri one-to-one.

 

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