C'è cuneo fiscale e cuneo fiscale

L’ultima manovra del governo Letta si è limitata a fare il solletico all’enorme peso fiscale che grava sul lavoro. Eppure tutti si erano detti convinti della necessità di interventi più robusti. Ma cosa succederebbe se…

Ogni anno, puntuali come un orologio, i dati diffusi dall’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) fotografano una realtà che molti italiani conoscono ormai alla perfezione. Nel nostro Paese, secondo le statistiche internazionali, i lavoratori dipendenti guadagnano pochissimo, in media circa 25 mila dollari netti all’anno, meno di spagnoli (27.741 dollari), francesi (29.798), svedesi (31 mila) o tedeschi (33 mila dollari circa). Per non parlare poi di svizzeri, britannici e americani che incassano una cifra che varia mediamente tra i 36 mila e i 43 mila dollari netti. Eppure, benché nella Penisola ci siano spesso degli stipendi da fame, il costo del lavoro lordo pagato dalle aziende non è affatto inferiore a quello dei maggiori Paesi industrializzati. Anzi, a ben guardare, le spese del personale pesano come un macigno sui bilanci delle imprese italiane . Lo stipendio medio netto di 25 mila dollari certificato dall’Ocse (che corrisponde a poco più di 18 mila euro annui e a circa 1.400 euro al mese) costa infatti al datore di lavoro praticamente il doppio: poco meno di 3 mila euro ogni 30 giorni , cioè quasi 36 mila euro all’anno, che sono l’equivalente di circa 50 mila dollari. Colpa dell’ormai famigerato cuneo fiscale , cioè quell’enorme peso delle tasse sui salari che fa schizzare verso l’alto il costo del lavoro lordo e tiene invece sotto pressione le buste paga della Penisola. Sempre secondo le statistiche Ocse, infatti, oltre il 53% delle retribuzioni rimane “sulla carta”, cioè viene divorato da una lunga sfilza di imposte e contributi.

ULTIMI IN EUROPA (O QUASI). È una situazione, quella italiana, che non ha eguali in nessun Paese del mondo, con l’eccezione del Belgio , dove il cuneo fiscale è superiore al 56%. Certo, anche altre nazioni del Vecchio Continente non se la passano molto meglio. Persino nella iperproduttiva Germania la pressione tributaria sul lavoro è altissima e sfiora i 50 punti percentuali. Va tuttavia riconosciuto che i tedeschi, oltre ad avere da sempre degli stipendi netti più alti dei nostri, nell’ultimo decennio si sono sforzati di abbassare almeno un po’ il cuneo fiscale, dal 52,9 al 49,8%. Senza dimenticare, poi, quello che è accaduto in altri Paesi, come la Svezia che è riuscita a ottenere risultati ancor migliori, tagliando il peso delle tasse di oltre sette punti in 12 anni, passando dal 50,1% del 2001 al 42,8% del 2012. In Italia, invece, nello stesso periodo è avvenuto praticamente il contrario: dal 2000 a oggi, infatti, la già elevata pressione delle imposte e dei contributi sul lavoro è cresciuta nel complesso di circa un punto.

LA MANOVRINA. Con il varo dell’ultima Legge di stabili­tà (la ex-manovra finanziaria), il governo Letta ha cercato di dare una sforbiciata al cuneo fiscale, agendo sostanzialmente su due fronti. Innanzitutto, per il 2014 è stato deciso un aumento della detrazio­ne Irpef sul lavoro dipendente, cioè della cifra forfettaria che i contribuenti posso­no sottrarre ogni anno dalle imposte per­sonali. Questo provvedimento sarà poco più di una “mancetta”, visto che farà scendere il peso complessivo delle tas­se sul lavoro di circa 1,5 miliardi di euro e regalerà un aumento massimo in busta paga non superiore a 15 euro al mese, concentrato sui redditi medio-bassi, in­feriori a 15-20 mila euro annui. Per le aziende , invece, ci sarà una limatura dei contributi e dell’ Irap (imposta regionale sulle attività produttive) per un importo che supera di poco il miliardo di euro. Così facendo l’esecutivo ha scelto di mettere in cantiere una manovra di piccolo cabotaggio, capace di abbassare il cuneo fiscale di poco più dell’1% nel 2014. A dire il vero, altri tagli alle tasse e ai contributi sul lavoro dovrebbero arrivare tra il 2015 e il 2016, per un totale di 6 o 7 miliardi in un biennio. Queste ultime misure, però, rimangono al momento soltanto sulla carta.

TAGLI CORAGGIOSI. La riduzione delle tasse e dei contributi sui salari, insomma, a sud delle Alpi sembra ormai diventata un’impresa impossibile, soprattutto per una ragione: un taglio di grande portata al cuneo fiscale costerebbe nel nostro Paese una montagna di soldi. A dimostrarlo, conti alla mano, sono le cifre pubblicate dall’economista Mirko Cardinale , collaboratore del sito LaVoce.info , che recentemente ha stimato quanto peserebbe sulle casse dello Stato un consistente abbassamento del costo del lavoro. In Italia, sottolinea Cardinale, i contributi sociali a carico delle imprese e dei loro dipendenti valgono nel complesso circa 216 miliardi di euro (dati Istat 2011). Per abbassare il costo del lavoro di appena il 2-3%, bisognerebbe, dunque, mettere sul piatto una cifra superiore a 5-6 miliardi di euro. Anche concentrando le misure soltanto sui soli contributi pensionistici (che sono la voce che pesa di più sui salari), il sacrificio per le casse dello Stato sarebbe enorme. Abbassando di cinque punti l’aliquota oggi destinata agli accantonamenti previdenziali, per esempio, il costo per le finanze pubbliche ammonterebbe a ben 33 miliardi, mentre il potenziale beneficio per le imprese e i loro addetti varia a seconda del livello delle retribuzioni. Nel caso di un 30enne che guadagna 30 mila euro all’anno al lordo dell’Irpef, un taglio del 5% per i contributi previdenziali garantirebbe all’azienda un risparmio sul costo del lavoro nell’ordine di mille euro all’anno, mentre il dipendente si ritroverebbe in busta paga un aumento più modesto: circa di 500 euro (al lordo dell’imposta sui redditi). Per un salariato di 50 anni d’età che percepisce una retribuzione di 50 mila euro annui (sempre al lordo dell’Irpef), gli effetti sarebbero invece ben più consistenti: il costo del lavoro a carico dell’impresa scenderebbe infatti di oltre 1.667 euro ogni 12 mesi, mentre l’incremento in busta paga ammonterebbe a 833 euro.

TABELLE DI APPROFONDIMENTO
Quanto costa abbattere i costi Costo di un impiegato Dov'è più tartassato il lavoro

FOCUS SUI GIOVANI. Visto che le risorse a disposizione scarseggiano, però, Cardinale avanza l’ipotesi di concentrare i tagli delle tasse e dei contributi sulle generazioni di lavoratori più giovani, con meno di 40 anni di età. Anche in questo caso, le minori entrate per lo Stato, generate da un sensibile taglio al costo del lavoro sarebbero abbastanza consistenti, per un ammontare complessivo che varia tra i 13 e i 27 miliardi. Si tratta di cifre che fanno il paio con quelle stimate dall’Ordine dei consulenti del lavoro (v. intervista alla presidente Marina Calderone ) e che oggi sembrano proibitive, visti i vincoli di bilancio imposti all’Italia dall’Europa, che obbliga rigorosamente il governo di Roma a tenere il deficit sotto il tetto del 3% del Pil. Se si vuole abbattere davvero il cuneo fiscale, dunque, sembra piuttosto difficile riuscire a evitare una tappa obbligata: un consistente piano di riduzione della spesa pubblica su altri fronti, per liberare risorse per decine di miliardi di euro.

INTERVISTE
Pensiamo prima agli under 30” Servono 12 miliardi”

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