Fiat Chrysler, i diritti dei lavoratori sono ancora tutelati?

La linea della Punto nello stabilimento Fiat di Melfi

Scuse all'operaio costretto a urinarsi addosso in uno stabilimento dell'indotto. Mentre i giudici ordinano il reintegro di un operaio licenziato 15 anni fa per aver fumato una sigaretta

Due notizie lontane nel tempo e nello spazio trasformano Fiat – o meglio, Fiat Chrysler – in un mondo emblema della situazione dei lavoratori in Italia, tra diritti negati o tutelati con tempi lunghissimi

Un paradosso a leggere la vicenda dell'operaio della Sevel di Atessa (Chieti) costretto a urinarsi addosso dopo che gli era stato impedito di andare in bagno. Nel più grande stabilimento industriale europeo per la produzione di veicoli commerciali leggeri (come il Ducato), con oltre seimila lavoratori in organico, una persona non può assentarsi dalla catena di montaggio per fare la pipì nemmeno reiterando più volte la richiesta*. Tra sindacati in rivolta e scuse dell'azienda, non sono arrivati provvedimenti nei confronti dei responsabili.

La giustizia è un terno al lotto, e soprattutto ha i suoi tempi in Italia. Lo ribadisce un'altra storia che coinvolge la Fiat, ma stavolta alla Sata di Melfi. Qui un operaio foggiano è riuscito a ottenere il reintegro sul posto di lavoro a 15 anni dal suo licenziamento arrivato nel 2002. L'operaio, Luigi Nicola Carnevale oggi 50enne, era stato allontanato per «aver fumato durante l'attività lavorativa» e «aver reso una prestazione lavorativa non conforme alle istruzioni ricevute ed essere inciampato in un pallet procurandosi volontariamente un infortunio». Già nel 2014 la Corte d'appello di Potenza aveva disposto il suo rientro al lavoro tra le linee della 500, dove una volta l'operaio collaborava alle realizzazione della Punto, nonostante l'elenco dei provvedimenti disciplinari presentato dall'azienda.

Decisione confermata dalla Cassazione che, smontate le contestazioni sull'infortunio, ha deciso che «l'unica mancanza che aveva rinvenuto positivo riscontro»: «Sicché il provvedimento espulsivo non poteva ritenersi coerente con le previsioni contrattuali collettive che giustificavano il recesso intimato, palesandosi del tutto sproporzionato».

* Articolo modificato alle ore 17.06 di giovedì 16 febbraio 2017

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