Scioperi sì ma non selvaggi

Maurizio Sacconi © LaPresse

Il ministro del Lavoro, della salute e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi

La proposta di legge del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sull’astensione dal lavoro ha creato grande scompiglio. Ma che cosa afferma veramente? E come è stata recepita dalle forze politiche e dalle parti sociali?

Siete sicuri, ma proprio sicuri che domani mattina il vostro tram, il vostro autobus, il treno che prendete di solito o l’aereo partirà puntuale? A volte, in Italia, servirsi dei mezzi pubblici assomiglia un po’ a una lotteria.
Per cercare di mettervi fine il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha proposto una norma che ha fatto scoppiare polemiche sui massimi principi: diritto di sciopero (costituzionalmente tutelato), bavaglio ai sindacati, democrazia sfregiata. Insomma: si è toccato un nervo da sempre scoperto della società italiana, che ha qualche difficoltà a tutelare i diritti di chi utilizza i servizi pubblici insieme a quelli di chi li fa marciare.
Il fatto è che la proposta è molto più complicata di quanto si possa immaginare e in alcuni punti è comprensibile solo ad alcuni addetti ai lavori (non tutti). I punti principali, tuttavia, riguardano l’introduzione sistematica dello sciopero virtuale, la rappresentatività obbligatoria e la dichiarazione preventiva di adesione. Solo che poi ci si addentra nei meandri del testo (disponibile sul sito del ministero del Welfare) e cominciano i problemi. Concetti come «criteri di rappresentanza », «procedure di raffreddamento» e «regola della rarefazione» infatti non sono immediati. «Il punto chiave», spiega Guido Fantoni, ex presidente di Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) ed esperto di relazioni industriali, «è quello della rappresentatività». Il disegno di legge delega prevede, infatti, che possano dichiarare uno sciopero solo le sigle sindacali che siano davvero rappresentative dei lavoratori, vale a dire quelle dotate, si legge nella proposta, «di un grado di rappresentatività superiore al 50%». Gli altri sindacati, sempre che complessivamente rappresentino il 20% dei dipendenti, dovranno indire un referendum preventivo. Qui, secondo Fantoni, nasceranno i problemi maggiori. «I criteri di rappresentanza», continua, «vanno stabiliti a priori, prendendo in considerazione vari fattori, come per esempio il numero degli iscritti e i voti presi alle elezioni delle Rsu (rappresentanze sindacali unitarie, ndr ). Questa quota, risultato di una media abbastanza complessa, deve essere la stessa usata per decidere chi può sedersi al tavolo per il rinnovo dei contratti nazionali. Ma rispetto a quale “bacino” si calcola la percentuale di rappresentanza? Al totale dei lavoratori cui si applica un determinato contratto? Al singolo settore che intende scioperare? Oppure al gruppo di aziende coinvolte? È questo il primo aspetto da chiarire».
Fantoni si sofferma inoltre sul merito della legge, ricordando che il diritto di sciopero è garantito dalla Costituzione e «si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano» (articolo 40). «L’astensione dal lavoro quindi», continua l’esperto, «deve essere regolata, altrimenti si mettono in pericolo altri diritti fondamentali, come quelli alla libera circolazione o alla salute». Molti Paesi hanno leggi sullo sciopero simili alle novità proposte dal governo, ma, conclude Fantoni, «su un argomento così delicato occorre fare attenzione a evitare gli abusi. La dichiarazione preventiva di adesione per esempio potrebbe esporre le fasce deboli dei lavoratori a pressioni da parte dell’azienda».

Perché riformare
Insomma, i problemi non mancano, ma una cosa è certa: le attuali regole non funzionano perché le aziende comunque non si “spaventano” per uno sciopero dei propri dipendenti. Anzi a volte potrebbero addirittura avvantaggiarsene. Già, è un paradosso ma è così. Le aziende di trasporto pubblico, soprattutto quelle locali, sono infatti in perenne deficit di bilancio; significa che ogni tram che parte o ogni metropolitana che ferma in stazione, la società perde soldi perché i costi d’esercizio sono superiori al valore dei biglietti staccati. E quindi, incredibilmente, se per un giorno i mezzi stanno fermi nei depositi, l’azienda ci guadagna. O, meglio, non perde soldi. Ecco spiegato perché molto spesso le astensioni dal lavoro dei dipendenti delle aziende di trasporto locale non portano la società a sedersi al tavolo delle trattative e a rinviare sine die il rinnovo dei contratti di lavoro.
Per Giuliano Cazzola, ex sindacalista della Cgil, deputato del Pdl e vicepresidente della Commissione lavoro, le attuali regole non funzionano anche per un altro motivo: la polverizzazione della rappresentanza. «Lo scenario sindacale è molto cambiato negli ultimi anni», precisa, «e c’è stata una forte frammentazione delle sigle. Basti pensare alla vertenza Alitalia, durante la quale i sindacati autonomi e i gruppi spontanei hanno scavalcato i confederali». I problemi, secondo Cazzola, sono sotto gli occhi di tutti: «Nel settore dei trasporti c’è stato un aumento degli scioperi selvaggi a causa del moltiplicarsi delle piccole sigle, che spesso sfruttano il cosiddetto “effetto annuncio”, cioè creano danni alla collettività senza subire neppure il danno della decurtazione dello stipendio». Anche l’esponente della maggioranza ammette che la rappresentatività è un nodo chiave e suggerisce una strada. «Si tratta di un problema complesso, da definire in modo che i sindacati confederali non diventino i soli titolati a proclamare uno sciopero», avverte. «Potrebbe essere la nuova Commissione per le relazioni di lavoro a valutare, caso per caso, chi può indire una protesta tra quelle sigle che non raggiungono la percentuale minima di rappresentatività».

Convergenza bipartisan?
È d’accordo sulla necessità di riformare le modalità dell’astensione dal lavoro Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del Pd. Nelle interviste rilasciate a La Stampa e Il Giornale nei giorni della proposta del Governo ha spiegato che l’opposizione ha elaborato due disegni di legge sullo stesso argomento che hanno dei punti in comune con quello della maggioranza. Il primo, sullo sciopero virtuale, è stato presentato il 30 ottobre 2008, mentre quello sullo sciopero nei trasporti pubblici è stato consegnato alla Presidenza del Senato proprio il 26 febbraio. Entrambi si trovano sul sito del senatore: www.pietroichino.it . Per Ichino, quindi, è possibile una «convergenza parlamentare» bipartisan sulle nuove regole. Lo sciopero virtuale (la manifestazione di protesta che non comporta la concreta astensione dal lavoro) è uno dei possibili punti d’incontro. Nel disegno di legge della maggioranza il lavoratore perde comunque una parte di stipendio, che confluisce, insieme al contributo aziendale previsto, in un apposito fondo. In quello firmato da Ichino lo sciopero virtuale rappresenta una forma di pressione sull’azienda, incidendo sul suo bilancio, senza comportare disagi per la collettività. Ovvero, proprio per evitare il rischio che l’azienda “ci guadagni” da uno sciopero dei propri dipendenti, si tratta di far pagare all’azienda una quota “salata” al fondo. Una sorta di multa, insomma. La differenza sostanziale però è che il ddl governativo renderebbe obbligatorio ed esclusivo lo sciopero virtuale per alcune categorie, mentre nel testo del Pd si tratta di una soluzione aggiuntiva e facoltativa. Pietro Ichino comunque respinge le critiche di chi considera proposte simili un attacco a un diritto costituzionale: «In Italia », ha sottolineato, «in quasi tutti i comparti del settore dei trasporti pubblici, la frequenza media degli scioperi da decenni è superiore a uno al mese. Questo non accade in alcun altro Paese europeo. E questa non è lotta sindacale, è diventata una caricatura grottesca del sindacalismo. D’altra parte, in tutti i maggiori Paesi europei, tranne la Francia, sono in vigore da anni regole simili a quelle contenute nel disegno di legge che abbiamo presentato».

I sindacati dei trasporti
Quasi del tutto negativa invece la valutazione del ddl governativo da parte dei maggiori sindacati del settore trasporti. Pollice verso «sulle intenzioni e sulla pratica» da parte di Filt Cgil. «Condividiamo l’opportunità di rivedere le attuali regole e non neghiamo che i conflitti di lavoro nel nostro ambito siano diventati problematici», dichiara Santo Di Santo, che per la Filt Cgil si occupa appunto di regolamentazione degli scioperi. «Ma negare il diritto di sciopero a una parte di lavoratori non è il modo giusto per affrontare la questione. Mi spiego: c’è stata di certo un’eccessiva frammentazione sia delle sigle sindacali sia delle controparti aziendali e di conseguenza un’eccessiva conflittualità a livello locale. Il governo tuttavia sostiene di voler intervenire sulla regolamentazione e invece, con misure come il referendum, la dichiarazione preventiva di adesione e lo “sbarramento” delle soglie di rappresentatività, compromette in parte il diritto di sciopero. Che viene di fatto negato a quei lavoratori che non fanno parte dei sindacati che non superano la soglia». Alcune motivazioni usate dal governo per giustificare il «giro di vite» sono poi giudicate strumentali dall’esponente della Cgil. «Si ingenera confusione tra il diritto allo sciopero e alcune proteste che in passato hanno bloccato strade e servizi, ma che coi lavoratori non avevano nulla a che fare», conclude Di Santo. «Per quanto riguarda i sindacati, i servizi minimi garantiti e il divieto di revocare un’astensione negli ultimi cinque giorni sono già garanzie efficaci».
I sindacati chiedono al governo di pensare prima di tutto ai contratti da rinnovare e a questioni sindacali importanti come anche la rappresentatività. Temi da affrontare insieme alle parti sociali, per poi passare alla regolamentazione degli scioperi. «Dichiarazione preventiva di adesione e sciopero virtuale obbligatorio », aggiunge a proposito del ddl del governo il segretario generale di Fit Cisl, Claudio Claudiani, «sembrano soffocare, se non verranno limitate al massimo o riformate profondamente, l’esercizio dello sciopero». Su altri punti del progetto il comparto trasporti della Cisl è invece più favorevole. «Lo sciopero va una volta per tutte tutelato e regolato efficacemente, tenendo conto del diritto dei cittadini alla mobilità», continua Claudiani. «La misurazione della rappresentatività è positiva sia per quanto riguarda la proclamazione delle astensioni sia per la partecipazione alle trattative contrattuali. L’eccesso di sigle non è di per sé sinonimo di democrazia e di sano pluralismo». Si va verso una sorta di «dittatura» dei confederali quindi? «No», risponde il dirigente della Cisl, «la confederalità non equivale certamente all’esclusività della rappresentanza sindacale. Ma i soggetti minoritari non possono dettare legge ed essere tutelati e assecondati a danno delle maggioranze». Compresa la maggioranza dei cittadini.

Il disegno di legge
Da 500 a 5.000 euro la sanzione in caso di sciopero “selvaggio”
50% è il livello di rappresentatività che devono avere le sigle sindacali che proclamano lo sciopero
20% è la soglia minima di rappresentatività che devono avere le sigle sindacali che indicono il referendum preventivo

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