L’8% degli italiani in stato di povertà assoluta

L’8% degli italiani vive in povertà assoluta. È questo uno dei dati più preoccupanti che emerge dalla Rapporto annuale dell’Istat diffuso oggi a Roma. Secondo quanto rileva l’Istituto nazionale di statistica l’indicatore di povertà assoluta, stabile fino al 2011, sale di ben 2,3 punti percentuali nel 2012, attestandosi all’8% della popolazione. La grave deprivazione, dopo l’aumento registrato fra il 2010 e il 2012 (dal 6,9% al 14,5% della popolazione) registra un lieve miglioramento nel 2013, scendendo al 12,5%. Non solo, il rischio di persistenza in povertà, ovvero la condizione di povertà nell’anno corrente e in almeno due degli anni precedenti, è nel 2012 tra i più alti d’Europa (13,1 contro una media del 9,7%). Si tratta di una condizione strutturale: le famiglie maggiormente esposte continuano a essere quelle residenti nel Mezzogiorno, quelle che vivono in affitto, con figli minori, con disoccupati o in cui il principale percettore di reddito ha un basso livello professionale e di istruzione. Il rischio di persistenza nella povertà raggiunge il 33,5% fra le famiglie monogenitori con figli minori. Nel Mezzogiorno è cinque volte più elevato che nel Nord, tre volte più elevato tra gli adulti sotto i 35 anni, due volte più elevato tra i disoccupati e gli inattivi.

Occupazione in calo Nel 2013 in Italia l’occupazione è diminuita di 478 mila unità (-2,1% rispetto al 2012), segnando il calo più elevato dall’inizio della crisi. Contemporaneamente, il tasso di disoccupazione ha continuato a crescere, dal 10,7% del 2012 al 12,2%. La diminuzione dell’occupazione ha riguardato in particolare i contratti a termine (-6,1%). Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è cresciuto fortemente nell’anno (+4,5 punti percentuali, toccando il 40%) e l’incidenza della disoccupazione di lunga durata (la quota di disoccupati in cerca di lavoro da più di un anno) è salita al 56,4%.

Il reddito delle famiglie Il disagio di molti nuclei familiari italiani deriva anche dal fatto che la gran parte degli stessi ha un solo percettore di reddito. La lunga fase di crisi economica ha, in infatti, mutato la struttura del reddito familiare: nel 2011, il 45,1% dei nuclei familiari ha al suo interno un solo percettore di reddito (42,4% nel 2007), il 41,2% ne ha due e il 12,8% tre o più. I trattamenti pensionistici concorrono, più che in passato, a determinare le condizioni economiche delle famiglie.

Natalità sempre più bass a In Italia si vive sempre più a lungo ma resta bassa la propensione ad avere figli. Nel 2012 la speranza di vita alla nascita è giunta a 79,6 anni per gli uomini e a 84,4 anni per le donne (rispettivamente superiore di 2,1 anni e 1,3 anni alla media europea del 2012). Allo stesso tempo nel nostro Paese persistono livelli di fecondità molto bassi, in media 1,42 figli per donna nel 2012 (media Ue28 1,58). L’indice di vecchiaia è, invece, tra i più alti al mondo. Al 1° gennaio 2013 nella popolazione residente si contano 151,4 persone over 65 ogni 100 giovani con meno di 15 anni. Tra i paesi europei solo la Germania ha un valore più alto (158), mentre la media Ue 28 è 116,6.

Via dall’Italia La crisi ha attenuato gli ingressi di cittadini stranieri in Italia, 321 mila nel 2012 (il 27,7% in meno rispetto al 2007), mentre è in aumento il numero di stranieri che lasciano l’Italia, circa 38 mila cancellazioni nel 2012 (+17,9% rispetto all’anno precedente). Sono sempre più numerosi gli italiani che si trasferiscono all’estero: aumentano gli espatri e calano i rientri. Nel 2012 gli italiani di rientro dall’estero sono circa 29 mila, 2 mila in meno rispetto all’anno precedente; al contrario, è marcato l’incremento dei connazionali che decidono di trasferirsi in un paese estero. Il numero di emigrati italiani è pari a 68 mila unità, il più alto degli ultimi dieci anni, ed è cresciuto del 35,8% rispetto al 2011.