Hirst conquista Venezia

© Photographed by Christoph Gerigk © Damien Hirst and Science Ltd

Ben 250 opere in due spazi espositivi in contemporanea: con 'Treasures from the wreck of the unbelievable' l’arti-star planetaria torna a far parlare di sé con una grande personale cui lavora da dieci anni

Una mostra che è un evento mondiale. Se è vero che siamo ormai assuefatti a un termine spesso accostato a sproposito a esposizioni che nulla hanno di straordinario, ci sono casi in cui una mostra supera davvero i confini del mondo dell’arte e diventa un must da non perdere. Treasures from the wreck of the unbelievable , a Venezia fino al 3 dicembre , è uno di quei casi.

Elenchiamo velocemente alcuni dei motivi. Primo: stiamo parlando di Damien Hirst , arti-star planetaria (tutti lo conoscono come quello degli animali sezionati in formaldeide). Secondo: è la sua prima personale da molto tempo. Basterebbero già queste due premesse per sollevare l’interesse del grande pubblico e del mercato. Non basta: sappiamo che l’artista britannico vi lavora da dieci anni e presenterà una nuova serie di opere, per la gioia dei suoi tanti collezionisti. Infine, ed è cosa non da poco, la mostra è organizzata e voluta dalla Fondazione Pinault, che per la prima volta nella sua storia offre a un artista la possibilità di esporre in entrambi i suoi spazi espositivi contemporaneamente. Parliamo delle straordinarie sale di Palazzo Grassi e Punta della Dogana. Curata da Elena Geuna, apre con un mese d’anticipo le “danze artistiche” in Laguna, perfetta introduzione a un maggio che, con la Biennale, si prospetta denso di eventi, incontri, stimoli e dibattiti per l’arte contemporanea.

Treasures from the wreck of the unbelievable

© Photographed by Christoph Gerigk © Damien Hirst and Science Ltd

Dopo il teschio di diamanti, le installazioni di medicine, gli animali sezionati che lo hanno reso tra le arti-star più ricercate del pianeta, che cosa porterà Hirst tra le calli veneziane? Il suo entourage è stato molto attento a non far trapelare informazioni dettagliate o anticipazioni, ma le notizie – proprio perché di evento si tratta – stanno rimbalzando da settimane sulle colonne dei giornali, specie americani (è negli Usa, infatti, che Hirst vanta il maggior numero di collezionisti). Sappiamo che presenterà un numero notevole, quasi ubriacante, di opere: circa 250. Stando al parere di alcuni analisti, intervistati dal New York Times sul tema, la personale di Venezia farà salire ancora di più le sue quotazioni in asta, specie se Hirst, vincendo il suo anticonformismo, si decidesse a far stilare un catalogo ragionato e completo delle sue opere. Tuttavia, al di là dei discorsi sul mercato, la sua è un’arte che non lascia indifferenti. Il titolo della mostra, tradotto in italiano, suona come “gioielli dal relitto dell’incredibile” e di certo c’entra la passione dell’artista per il mondo sommerso e per la ricerca subacquea che, da anni, lo porta nei mari del Messico a scandagliare gli abissi. Sulle sponde del Canal Grande, con un allestimento che promette di essere suggestivo come da tradizione, ammireremo gli artefatti di Damien Hirst: ci saranno piccoli oggetti lavorati in giada, ma anche una testa di medusa in malachite (per la quale già si mormorano cifre da capogiro, per un valore sul mercato di quattro milioni di dollari) e le poche fotografie diffuse prima dell’apertura – ve le presentiamo in queste pagine – suggeriscono un’atmosfera ovattata, come quella in fondo al mare, dentro la quale si muovono le nuove sculture dell’artista inglese.

Classe ’64, natali a Bristol, infanzia a Leeds, nel duro Yorkshire, terra di contrasti tra l’idillio di campagna e industrializzazione smodata, dopo gli studi di Belle Arti al prestigioso e “freak” Goldsmith College di Londra, Hirst da sempre si fa notare per le sue scelte irriverenti. Dalla fine degli anni ‘80 realizza un’infilata di installazioni, sculture, dipinti e disegni con il fine di esplorare le complesse relazioni tra arte, bellezza, religione, scienza, vita e morte. Ed è sufficiente dare un’occhiata ai suoi lavori passati – tra cui l’iconico squalo in formaldeide The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (1991) e For the Love of God (2007), calco in platino di un teschio tempestato di 8.601 purissimi diamanti – per capire quanto giochi a sfidare le nostre certezze del mondo contemporaneo: viviseziona la natura e persino il corpo umano, trasformando un atto barbaro in un’opera sublime. A oggi sfiora il centinaio il numero di personali che musei di mezzo mondo hanno dedicato all’artista, già vincitore del Turner Prize a soli 31 anni: l’ultima in Italia risale al 2004, all’Archeologico di Napoli, ché la sua è sì arte contemporanea ma incentrata sulla ricerca del passato, del sommerso e del dimenticato. Non resta allora che recarsi a Venezia e vedere, ancora un volta, che cosa Hirst è in grado di portare alla luce dagli abissi della sua immaginazione.

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