L’emozione dei colori nell’arte

Da sinistra, in senso orario: Anima locomotrice. Ritratto visionario di Hans Richter (1916), Ingeborg with her arms behind her back di Edvard Munch (1912-1913), Impression Sonntag di Wassily Kandinsky (1911), e Concetto spaziale di Lucio Fontana

Kandinsky, Munch, Matisse, Warhol, Fontana e Hirst tra i 120 grandi artisti che ci accompagnano in un viaggio nella storia, le invenzioni, l’esperienza e l’uso del colore nell’arte moderna e contemporanea. Appuntamento al Castello di Rivoli e al Gam di Torino

Oggettivo o soggettivo? Ancora oggi, quando si parla dei colori e della loro percezione, rimangono margini di ambiguità. Il dibattito sul vestito blu o oro che ha imperversato sul Web un paio di anni fa e i giochi ottici di cui è piena la Rete sono la dimostrazione di quanto complesso e affascinante sia questo universo. Con coraggio – non è una mostra facile – Carolyn Christov-Bakargiev ha ideato nella Manica Lunga del Castello di Rivoli e nelle sale della Gam di Torino una rassegna sul tema.
Quattrocento opere d’arte realizzate da oltre 120 artisti provenienti da tutto il mondo, dalla fine del ‘700 a oggi, hanno un unico comun denominatore, che è poi il titolo dell’esibizione: L’emozione dei colori nell’arte (fino al 23 luglio). Obiettivo: raccontare al grande pubblico la storia, l’uso e l’esperienza del colore nell’arte moderna e contemporanea. “Parleranno”, con tutte le loro magiche sfumature, le tele firmate da Klee , Kandinsky , Matisse e poi Munch , Warhol , Fontana ; lo faranno in una lingua complessa, poiché oggi sappiamo che le tonalità e la loro percezione non sono un’esperienza univoca.
Spiega infatti la direttrice del Castello di Rivoli, curatrice della mostra: «Durante il secolo scorso sono state organizzate numerose esposizioni sul tema a partire dalle teorie della percezione divenute popolari negli anni ‘60. Quel tipo di approccio discende da una nozione universalistica della percezione e da una sua pretesa valenza oggettiva, molto distante dalla consapevolezza odierna della complessità di significati racchiusa nel colore». Una consapevolezza che ha però radici antiche, come dimostra una recente scoperta: meno di due anni fa, sono state ritrovate 21 gouache (tecnica di pittura a tempera), realizzate tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, da Annie Besant, artista e filosofa vicina alla teosofia che aveva già teorizzato nei suoi disegni il fatto che immagini astratte composte da precise tonalità potessero essere associate a particolari significati emotivi. Alcune opere della Besant sono in mostra accanto a quelle di artisti indù del ‘700, che usavano delle forme-colore quale fonte di ispirazione per la meditazione.
Sono gli stessi anni in cui Isaac Newton scopre che le tinte che vediamo corrispondono a specifiche e oggettive onde elettromagnetiche non assorbite da materiali, una tesi che non piace affatto né ai teosofi né a Johann Wolfgang von Goethe: per lui «i colori sono meri prodotti dalla mente». Nonostante le diverse teorie, gli sviluppi delle ricerche scientifiche e la definizione standard (molto comoda per l’industria) dei codici Ral e del pantone per indicare le varie tonalità, gli artisti continuano per tutto il ‘900 a interrogarsi sull’“emozione dei colori”, come vediamo seguendo il percorso della mostra torinese. Matisse, ad esempio, ne La Petite mulâtresse del 1912, usa una tavolozza essenziale fatta di tinte primarie piatte che gli permettono di raccontare la luce specifica e le storie di una cultura esotica che vuole evocare. Un maestro come Kandinsky attribuisce alle tinte un valore spirituale, che nulla ha a che fare con il realismo (esposto a Rivoli il suo Impression Sonntag , del 1911) mentre a Giacomo Balla, che pubblicò nel 1918 il Manifesto del colore , si devono le prime sperimentazioni in Italia sui legami con la luce (ne sono un amalgama modernissimo le sue Compenetrazioni iridescenti , in mostra).

Mappa di Alighiero Boetti (1973)

In questo viaggio non può non trovare spazio l’esperienza di Paul Klee, con le sue gradazioni tenui, ritmate dalla musica che era ingrediente fondamentale delle sue creazioni. E se il “nostro” Lucio Fontana con i monocromi ha dimostrato quanto sia sufficiente un’unica tonalità per generare emozione, a Yves Klein bastò la sua brevissima esistenza (morì a soli 35 anni) per concepire – e brevettare – quella che lui stesso definì «la più perfetta espressione del blu» (ancora oggi lo chiamiamo International Klein Blue, IKB).
Dai toni intensi e mediterranei di Klein, la mostra approda alle ultime sperimentazioni degli artisti contemporanei, che tanto devono al lavoro dei neuroscienziati per riflettere sull’uso del colore nell’era digitale: dopo le sfumature pop e fluo di Andy Warhol e le sperimentazioni violente di Damien Hirst, ci sono lavori come quelli di Olafur Eliasson, islandese cresciuto in Danimarca, capace di creare ambienti caratterizzati da un’illuminazione monocroma. Guardiamo le sue stanze, vi ci immergiamo, ne tocchiamo quasi la profondità. Impossibile rimanere indifferenti davanti alla sua Room for one colour : è l’emozione del colore.

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