Conte Collalto: i principi del Prosecco

Isabella Collalto de Croÿ è diretta discendente del Conte Rambaldo I, che nel 958 ricevette la Contea di Lovadina da Berengario II

Una storia più che millenaria, il forte legame col territorio, una cura artigianale ed ecosostenibile delle uve e dei vigneti stanno permettendo all’azienda agricola di Susegana di affermarsi in una regione, il Veneto, ultra competitiva per il vino

Ci troviamo a Susegana , in provincia di Treviso, patria del celebre Prosecco . A differenza della più conosciuta Valdobbiadene , però, qui le bottiglie hanno altre caratteristiche: fragranze e profumi evolvono più lentamente. Un po’ come è accaduto alle cantine Conte Collalto , una delle più antiche e importanti realtà vitivinicole della zona, ma che solo negli ultimi anni sta conquistando sempre più il grande pubblico italiano e internazionale. Proprietaria di questa realtà da 850 mila bottiglie prodotte l’anno (di cui 550 mila sono Prosecco Docg) è la principessa Isabella Collalto de Croÿ , che da ormai dieci anni ha deciso di rimettersi in gioco, abbandonando un’attività completamente diversa da quella attuale, per guidare in prima persona l’azienda, renderla più solida e continuare una tradizione che vede la sua famiglia alla guida di Collalto da oltre mille anni.

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LA CRISI? L’ABBIAMO AFFRONTATA

INVESTENDO IN TECNOLOGIE

E FORMAZIONE ENOLOGICA

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In questi secoli l’azienda è sempre stata gestita dalla vostra famiglia?
Sì, di generazione in generazione. Va detto che una forma di industrializzazione, un’organizzazione ben strutturata come quella attuale, che si fregia del nome di azienda vinicola, risale all’inizio del ‘900 e coincide con la costruzione della cantina ( vedi box a fondo pagina ). Il nostro obiettivo non è di fare vino a livello industriale, vogliamo distinguerci da chi produce 30-50 milioni di bottiglie, anche perché bisognerebbe utilizzare uve di altri. Sia chiaro, non c’è nulla di male in questo, ma il nostro è un approccio completamente diverso: vantiamo una superficie molto estesa per essere in mano a privati (250 ettari, di cui 150 coltivati a vigneto, ndr ), ma restiamo pur sempre un’azienda agricola, più vicina a una realtà artigianale.

Quest’anno celebrerà il suo decimo anno alla direzione della cantina e dei vigneti...
Sì, a luglio saranno proprio dieci anni. In realtà mio padre (il principe Manfredo Collalto, ndr ) mi aveva già donato l’azienda nel 1999. Allora, però, abitavo a Bruxelles, ero sposata con due bambini piccoli e lavoravo come interprete presso le istituzioni comunitarie. Tornavo regolarmente in Italia per vedere mio padre e come andavano le cose in cantina, ma la mia era una gestione a distanza. Successivamente mi sono resa conto che se volevo che i miei figli si sentissero parte integrante della realtà di Susegana, dell’azienda, era necessario che io in primis ne facessi parte. Così ho deciso di rimettermi in gioco. E il mio coinvolgimento è stato un segnale forte anche per il mondo esterno: dimostra che c’è tutta l’intenzione di mandare avanti l’azienda, possibilmente con buoni risultati ( ride )!

Famiglia Conte Collalto

Isabella Collalto de Croÿ con i due figli e il marito, sullo sfondo il castello di San Salvatore

Com’è cambiata Collalto in questi anni?
Sta cambiando soprattutto adesso. Inizialmente c’è voluta una fase di apprendimento: ho dovuto conoscere la mia azienda e risolvere una serie di problemi di natura legale che mi hanno sottratto tempo ed energie. È solo da un paio d’anni che mi sto dedicando interamente alla sua gestione e adesso siamo a un punto di svolta. Ho visitato tante imprese agricole e, anche se non ho esperienza pratica, ho studiato le esperienze altrui che mi hanno portato a capire cosa voglio per il nostro futuro. In questo momento c’è sovrapproduzione di vino, le aziende vitivinicole nascono come funghi, soprattutto nella nostra zona. Per distinguersi bisogna assolutamente andare in direzione di progetti di qualità. Siamo partiti dalla campagna, dai vigneti: seguiti bene, producono uve di qualità che danno vita a un prodotto decisamente diverso. Per questo ci siamo affidati all’esperienza di Marco Simonit, agronomo viticoltore molto conosciuto nel settore per le sue tecniche di gestione del vigneto, e da cinque anni i miei operai seguono corsi di potatura. Ho anche intenzione di introdurre nuove pratiche ecosostenibili, è una sensibilità che ho sviluppato e che vorrei veder fiorire anche in azienda.

La sua gestione ha coinciso anche con anni di crisi economica. Come l’avete affrontata?
In un momento di crisi non bisogna tirare i remi in barca, come si direbbe a Venezia... Bisogna andare avanti e darsi da fare, avere il coraggio di investire e crederci. Sono convinta del fatto che nel momento in cui uno ci crede, si sia già a metà strada. Ed è quello che ho fatto in questi anni: ho investito in campagna, con i corsi per il miglioramento dei vigneti, e in cantina, acquistando strumenti e macchinari per facilitare il lavoro del personale e migliorare la qualità dei nostri prodotti.

Lei ha due figli, si preparano a seguire le sue orme?
Ho un ragazzo di 26 anni, che studia e lavora a Londra, al quale mio padre ha lasciato in eredità il Castello di San Salvatore. Si è formato in Ingegneria gestionale e ora lavora nel mondo delle fusioni e acquisizioni per un istituto di credito americano. Mia figlia, invece, ha 21 anni e studia Giurisprudenza a Bruxelles, studi che aprono a qualsiasi tipo di attività professionale e forniscono una forma mentis che consente di affrontare i problemi con un approccio razionale, senza farsi prendere dal panico. Conoscono il territorio di Susegana e hanno lavorato in azienda facendo stage estivi, ma nessuno dei due ha fatto studi vicini al mondo del vino. Credo che la cosa più importante, in quanto titolare, non sia avere conoscenze tecniche quanto sapersi circondare di figure professionali in grado di apportare tutta la conoscenza necessaria. Per cui sono certa che con il loro bagaglio di studi e formazione, se lo vorranno, i miei figli potranno gestire l’azienda senza problemi.

DAL CASTELLO ALLA CANTINA
Cantina-Conte-Collalto
Se il Castello di San Salvatore è stato per secoli la sede di vinificazione, oggi il cuore pulsante dell’azienda è la cantina, che dista solo poche centinaia di metri da quello che rimane comunque il simbolo della Collalto. La struttura, composta da quattro edifici (gli uffici, i magazzini, l’officina e la cantina vera e propria), mantiene l’aspetto e l’austerità di un edificio di inizio ‘900, ma al suo interno ha fatto il suo ingresso la tecnologia più moderna. «È originale e unica nel suo genere, con una forte personalità», spiega la principessa, che sottolinea il legame della cantina con il territorio. «Abbiamo a disposizione un ampio spazio, una sorta di piazza d’armi dove si organizzano diversi eventi: la partenza di una maratona, il campionato locale di pallavolo o una tappa della 500 miglia. Non sono redditizie, ma sono attività che mi fa piacere ospitare perché evidenziano l’immagine di un’azienda molto legata al suo territorio».

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