Ora il vino scorre a fiumi

L'Italia è l'unico Paese ad aver registrato un incremento nelle esportazioni del settore vitivinicolo, soprattutto grazie a prodotti di qualità, Doc e Docg, realizzati da piccole e medie realtà. E le viti tricolori si trasformano in un nuovo bene d'investimento per manager e star internazionali

In anni segnati dalla crisi e da una crescente sfiducia nelle potenzialità del nostro Paese, il vino non può che riempire d’orgoglio gli italiani. Eh sì, perché nel giro di un ventennio, il comparto vitivinicolo nazionale ha scalato le classifiche e si è imposto nel mondo sia per la qualità delle produzioni sia per i volumi generati.

La conferma arriva dalle ultime stime Ismea sulla base dei dati Global Trade Atlas, relative al primo trimestre dell’anno. Tre mesi sotto tono nel mondo per gli scambi internazionali di vino, calati sia in volumi sia in valore rispetto allo stesso periodo del 2013, ma non in Italia, unico mercato tra i grandi del comparto (gli altri principali Paesi esportatori sono Francia, Spagna, Cile e Australia) ad avere ottenuto un incremento di oltre il 3% degli introiti maturati oltre frontiera.

Il settore enologico genera un fatturato annuo di 12 miliardi di euro e dà lavoro a 1,2 milioni di addetti, con una crescita del 50% nell’ultimo decennio. Le aziende sono 450 mila, di cui 384 mila con vite e 63 mila vinificatrici.

Nel 2013 il valore della produzione vitivinicola italiana all’estero ha superato per la prima volta i 5 miliardi di euro (erano quasi 3,7 miliardi nel 2008, all’inizio della crisi; meglio di noi fa solo la Francia con un export di quasi 8 miliardi), una quota rilevante della produzione che il settore alimentare italiano esporta nel mondo, il cui valore ammonta a 33 miliardi: il vino rappresenta non a caso la prima voce del nostro export agroalimentare.

La performance delle produzioni nostrane è ancora più rilevante, se si considera che i volumi esportati sono diminuiti di quasi un milione di ettolitri (20,4 milioni contro i 21,3 del 2012). Il vino che vendiamo in Europa, America, Europa, Asia, Oceania e ora anche in Africa, è dunque sempre più di qualità, con un valore medio unitario passato nel giro di un anno da 2,20 euro a 2,47 euro al litro, in crescita dunque di oltre il 12%.

Non è un caso che la produzione privilegi sempre di più i vini doc (330 le denominazioni) e docg (73), arrivati al 40% del totale, e gli Igt (118), cui spetta una quota del 35%, a fronte di una riduzione dei vini da tavola.

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«Il valore è economico, ma anche di immagine perché il vino è una delle produzioni di punta e di prestigio del made in Italy, capace di evocare la nostra cultura millenaria e territori tra i più belli al mondo», commenta Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere, l’ente che organizza dal 1967 Vinitaly, uno degli appuntamenti fieristici più importanti per il settore a livello internazionale. «Il nostro Paese è il primo esportatore mondiale e, nonostante la riduzione in volume del 2013, che si sta confermando nel 2014, sta aumentando il valore totale dell’export enologico. Il comparto rappresenta anche un modello virtuoso per l’economia italiana, proprio per le sue performance all’estero, nonostante la crisi internazionale, e per il consolidamento di un tessuto produttivo che fa della qualità e dell’intraprendenza i suoi motivi di successo».

L’Italia, tra l’altro, ha confermato la posizione di vertice grazie alla vendemmia 2013 (44 milioni di ettolitri, in crescita dell’8%), nella classifica dei Paesi produttori, sorpassando la Francia, ferma a 43,5 milioni di ettolitri. Nel mondo la produzione, secondo le ultime stime disponibili, avrebbe toccato i 281 milioni di ettolitri.

L’EXPORT È LA SFIDA. Le aziende italiane del settore consolidano o incrementano i rispettivi ricavi, pur in un contesto di mercato segnato da consumi interni in sofferenza.

Lo scorso anno i consumatori sono risultati ancora in calo per un totale di 28 milioni di persone, 160 mila in meno rispetto al 2012, pari a quasi il 52% della popolazione italiana.

Continuano poi a crescere i consumatori non quotidiani (pari al 50,5% del totale) e, di conseguenza, diminuiscono i regolari (in un anno il decremento è stato pari a mezzo milione di persone). Il mercato italiano riveste comunque un ruolo fondamentale in termini numerici, tanto che se le vendite dovessero calare in modo incontrollato per i produttori diventerebbe difficile garantirsi un recupero con le pur positive performance oltre confine.

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LE VENDITE INTERNE RIVESTONO

ANCORA UN RUOLO DECISIVO,

MA PER CRESCERE LE IMPRESE

DEVONO PUNTARE

ALL'INTERNAZIONALIZZAZIONE

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Ad ogni modo, per crescere le imprese devono puntare all’internazionalizzazione del business. Il che vuol dire impostare politiche che richiedono ingenti investimenti.

Nel 2013 il valore dell’export nell’area dei Paesi extraeuropei, pari a 2,575 miliardi, ha superato di poco il mercato dell’Unione Europea (2,463 miliardi), grazie soprattutto alle performance ottenute nei mercati del Nord America.

Gli Stati Uniti, insieme alla Germania (entrambi con un valore di oltre 1 miliardo), rimangono i due Paesi di riferimento dell’export italiano e assorbono insieme oltre il 41% del suo valore.

Nell’impostare le strategie sul medio-lungo periodo, le imprese italiane non possono però non considerare i mercati emergenti, dove oggi i consumi sono ancora bassi, ma dove presto il vino dovrebbe entrare nelle abitudini alimentari locali.

In diversi casi, però, le dimensioni ridotte di molte aziende rappresentano un ostacolo per lo sviluppo di rapporti commerciali con mercati complessi e lontani. Secondo quanto emerge da un’indagine realizzata da wine2wine, l’Osservatorio b2b di Vinitaly, le aziende, anche quelle di dimensioni più piccole, vedono nell’esportazione uno sbocco importante per i propri vini, seppure con una diversificazione del target in funzione della dimensione economica.

Per le aziende fino a 100 mila euro di fatturato, gli Stati Uniti sono l’area su cui puntare nel prossimo futuro; per quelle tra 100 e 500 mila euro ai primi posti figurano Russia, Brasile e Stati Uniti, mentre sempre la Russia è la meta ambita da chi fattura oltre 500 mila euro, con il Brasile al secondo posto e gli Emirati Arabi al terzo.

In Italia, le uniche società a fatturare più di 200 milioni sono il gruppo Cantine Riunite-GIV (534 milioni, +4,2% sul 2012), Caviro (327 milioni, +15,2%) e la divisione vini della Campari (228 milioni, +15,8%). La quarta, Antinori, ha raggiunto lo scorso anno i 166 milioni, con una crescita del 5,5%, superando la cooperativa trentina Mezzacorona (163 milioni, +1,7%) e F.lli Martini (159 milioni, +0,5%). Zonin è settima (154 milioni, +9,9%), Cavit ottava (153 milioni, -0,1%), nona la Casa Vinicola Carlo Botter (136 milioni, +30%), decima Enoitalia (128 milioni, +13,2%).

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INVESTIRE CONVIENE. Il prezzo dei terreni a vigneto continua ad aumentare in questi anni segnati da una crisi che non ha risparmiato, invece, il mercato immobiliare.

Non è dunque un caso che tanti imprenditori, manager, per non dire fondi di investimento stranieri, abbiano deciso di dirottare parte dei loro capitali dalle Borse finanziarie all’acquisto di ettari utilizzati per la coltura della vite, soprattutto delle qualità più pregiate.

Creando anche malumori e preoccupazioni tra gli imprenditori agricoli, che spesso vedono limitata la loro attività di sviluppo dall’impennata dei prezzi, provocata appunto dall’intervento di soggetti in molti casi interessati alla terra solo come rifugio alternativo a forme di investimento più classico.

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DAL 2008 AL 2012

LA PRESENZA DEGLI STRANIERI

NELLE CAMPAGNE ITALIANE

E' AUMENTATA DELL'11%

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Dal 2007, alla vigilia dunque della crisi, sino al 2012, la presenza degli stranieri nelle campagne italiane è aumentata dell’11%. I più presenti sono svizzeri e tedeschi, seguiti dai francesi, statunitensi e inglesi.

Uno dei manager più noti che ha deciso di acquistare vigneti nel nostro Paese è l’ex Ceo di Time Warner, Richard Parsons, che ha investito nel Montalcino, così come d’altronde Louis Camilleri, un tempo ai vertici di Altria Group, holding della Philip Morris. Sua è la tenuta Il Giardinello. Nella stessa area, una delle più apprezzate dunque, il petroliere argentino Alejandro Bulgheroni è proprietario del Poggio Landi. Anche i cinesi, che da tempo hanno iniziato a comprare tenute in Francia, nella regione di Bordeaux, in California e in Australia, hanno iniziato a guardarsi intorno nella terra del Brunello: una cantina della zona sarebbe infatti entrata nel mirino di un gruppo di investitori.

Da queste parti il valore di un ettaro di vigneto va dai 300 ai 500 mila euro, con performance di crescita anche a due cifre. I rumors di mercato parlano poi di altre possibili operazioni programmate da conglomerate asiatiche anche in altre zone. Nei pressi di Siena il finanziere Andrè Santos Esteves ha acquisito 152 ettari di terra.

La passione per il vino pare non aver risparmiato nessuno, non solo imprenditori, ma anche celebri cantanti. Bob Dylan produce il vino Igt Planes Waves a Numana, nelle Marche. All’ex leader dei Police, Sting, fa capo, tra il Chianti e il Valdarno, la Tenuta il Palagio.

Il suo collega Mick Hucknall, la voce dei Simply Red, ha puntato invece sul profondo Sud e produce Nero d’Avola a Pachino, in Sicilia. Nome dell’azienda vitivinicola: Il Cantante. La corsa all’investimento nel settore ha comunque origine in tempi non sospetti, ben precedenti alla crisi.

È una tendenza che coinvolge anche i big italiani: tante celebri famiglie imprenditoriali hanno infatti deciso di dedicarsi alla produzione enologica, vedi Illy con l’azienda agricola Mastrojanni a Montalcino o i Marzotto con le loro tenute in Veneto e Sicilia. I tempi del ritorno economico di questi investimenti sono spesso molto lunghi, ma il valore di terra e casolari, come visto, è in costante rialzo.

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