Tutti i colori del bianco

Se pensate che il grigio o (perfino) l’arancione non siano le tinte giuste per un vino, leggete qui. E poi provate

L’estate vuole d’obbligo una rassegna di vini bianchi adatti alla bella stagione... ma come la mettiamo quando i colori si moltiplicano? Oggi non si può più parlare di bianco tout court: si distinguono, infatti, tante sfumature di oro giallo, con varie intensità, profumi e corpo e addirittura vini “arancioni” che fanno tendenza e sopratutto risultano adatti alla tavola, con il loro corpo quasi da rosso e la leggerezza di un bianco senza le smancerie di un rosè...Per ogni occasione, appunto.

Pinot grigio superstar

La prima richiesta di due turisti in visita in Italia d’estate è invariabilmente quella di un bianco leggero ma speziato, semplice ma non banale con note fruttate di pera e mela evidenti senza troppo alcol e corpo: insomma un Pinot Grigio! Richiestissimo all’estero (sono milioni le bottiglie che partono per gli Usa e la Germania), è passato da essere di moda negli anni ’80 a bene quasi di “consumo” un po’ banale fino a riappropriarsi della propria identità solo negli ultimi anni. Un’azienda che ha vissuto tutte le fasi della vita di questo vitigno (che ha la sua più alta e ricca espressione in Francia, Alsazia, con il nome altisonante di Tokaj Pinot Gris) è stata Santa Margherita, onnipresente nei locali e nei supermercati con vari marchi e che oggi presenta una versione “deluxe” con il nome di Impronta del Fondatore (il conte Marzotto) ottenuto da una selezione di uve dell’Alto Adige, ricche di aromi e intensità olfattiva che vanno anche nell’agrumato e nel minerale.
Totalmente all’opposto come filosofia, interpretazione del vitigno, prezzo (ben più caro) e reperibilità (quasi una chicca) ecco il Pinot Grigio di Dario Princic da Oslavia (Venezia Giulia Igt) che nel bicchiere ci spiazza subito con un colore aranciato ramato affascinante. Lo sgomento iniziale passa presto pensando che il Pinot Grigio, nonostante sia perlopiù vinificato in bianco, è in realtà un vitigno ramato, colore in genere poco apprezzato nei vini. E invece in questo bicchiere ha il potere di cambiare la nostra prospettiva e farci amare un Pinot Grigio carico di note tostate, di cotognata, di iodio e di ferro e infine quasi di thè al bergamotto, note forse poco fresche e vivaci ma perfette su carni bianche e selvaggina da penna nei mesi caldi.
Per una versione meno estrema ma comunque insolita, provate anche il Pinot Grigio Cupra Ramato di Attems (Collio Goriziano), più facilmente reperibile, che dà un’idea della plasticità di questo vitigno sul nostro suolo, con note quasi di crema pasticcera... ma tutta la bevibilità di un classico bianco del nostro Nord Est.

Il vitigno che ama il mare

Ecco un vitigno che “soffre” e diviene quasi banale se non vede il mare! Dal Vermentino si ottengono vini con uno stile elegante, discreto ma di soddisfazione che in bocca mantengono e spesso amplificano ciò che al naso promettono. E che riesce a far sognare proprio grazie alla sua mediterraneità, le note marine, i sentori di salvia, rosmarino, l’agrumato leggero, un tocco esotico e di spezia piccante.
Il Vermentino è capace di grandi performance, si adatta alla siccità e al gran caldo ma se coltivato in suoli non adatti dà vini solo piacevoli, mai eccezionali. In Italia ne abbiamo gli esempi migliori in Sardegna: basti provare il Canayli della Cantina Sociale di Gallura, aromatico e soave al naso, balsamico di salvia, menta e timo, poi note di mela, cedro, lime, minerale e accenni di fragola e lampone, o il sontuoso Capichera e ancora un altro classico isolano come quello di Argiolas, ricco e caldo, doratissimo.
Alcuni piccoli prodigi si trovano poi nei Colli di Luni tra Liguria e Toscana a Fosdinovo dove addirittura esprime profumi di albicocca e cherosene che ci ricordano alcuni grandissimi ed eterni Riesling Tedeschi del Reno. Per avere un’idea, cercate i vini di Ottaviano Lambruschi o quelli accattivanti e moderni (anche nel packaging) di Terenzuola. Se invece vi piacciono vini più immediati, piacioni e diretti, scegliete i prodotti di Bolgheri come il Solo-Sole di Poggio al Tesoro o dal Montecucco il Melacce di ColleMassari. Nel resto d’Italia ricordatevi che anche il Pigato ligure (“il” vino per le trofie al pesto, provate la selezione “’U Baccan” di Bruna) e la Favorita piemontese altro non sono che uve vermentino in trasferta... Abbiamo ancora qualche problema con aziende che spesso tagliano il loro vermentino con il “forestiero” sauvignon (che lo sovrasta appiattendolo su note più banali) ma se da un vino volete tipicità e capacità di esaltare il cibo è un approdo sicuro.

Umbria, classici e innovazione

Regione bianchista da secoli (e convertita solo in tempi recenti ai grandi rossi grazie al Sagrantino di Montefalco) da sempre ha esportato ovunque i classici Orvieto, famosi dai tempi degli antichi Romani. Se la tradizione da un lato continua (pensate alla gamma di Tenuta le Velette con il loro “classico” Lunato) dall’altro l’amore per i monovitigni autoctoni, ovvero vitigni da secoli coltivati in un certo luogo, ha portato alla riscoperta per il Grechetto sia in uvaggio con altri vitigni (pensiamo al famoso Cervaro della Sala Antinori) sia in solitaria come nel Grecante di Arnaldo Caprai, un riferimento per i suoi aromi intensi di fiore bianco poi camomilla, thè, pesca bianca, e un tocco di sapidità in sottofondo. Ma il vitigno del futuro per l’Umbria bianca pare invece essere il Trebbiano Spoletino. Assolutamente da non confondere con il Trebbiano Toscano né con quello d’Abruzzo, si tratta di un vitigno che ha grandi vantaggi pratici come la resistenza alle malattie, la maturazione tardiva e una altissima acidità che lo rende capace di exploit di piacevolezza e longevità. Piacevolezza come nel Perticaia Trebbiano Spoletino Umbria Igt 2009, naso dolce ma deciso di acacia, miele millefiori, fiori di campo, pesca bianca con lieve fumée, bocca sapida e agrumata, freschissima, corposo senza esagerare. E allo stesso tempo un vitigno che può essere campione di longevità (cercate un 1991 di Spoleto Ducale) e di ricchezza già dal colore quasi da oro rosso come nel D’Armando Trebbiano Spoletino di Tabarrini 2008. Da vigne semplici ma antiche, in pianura accanto al grano è capace di dare sentori di macchia mediterranea, more di rovo, rosmarino e di riempire la bocca con note di resina e tiglio, pesca, albicocca e pompelmo rosa e un lieve idrocarburo.

Il derby campano

Lo abbiamo appena nominato e ormai può essere in effetti definito un classico, insieme ai “compaesani” campani bianchi Falanghina e Greco di Tufo. In realtà, anche se alcune recenti interpretazioni hanno rivalutato la Falanghina, il derby campano per complessità e fascino è sempre tra Fiano e Greco, due facce della stessa medaglia quasi, più ampio ricco e seducente il primo, più fresco, minerale, sfaccettato il secondo. Per capirlo meglio possiamo usare le nuove proposte di Feudi San Gregorio che ha affiancato ai classici vini da pizzeria due selezioni importanti come il Cutizzi (Greco) e il PietraCalda (Fiano). Oppure perderci nel fascino di un piccolo produttore come Ciro Picariello che con il suo Fiano ci porta verso territori inediti fatti di note di gesso, di frutta, alghe, menta, nocciola e lieve affumicato, un vino particolare e dal lungo invecchiamento, molto umorale e legato all’Irpinia. Per il Greco invece, provate un’orata fresca con una goccia di limone e il Greco di Tufo 2008 di Pietracupa, oltretutto dall’ottimo rapporto qualità prezzo, appena dolce al naso ma dalla struttura sapida e carnosa dei grandi vini classici.

VITIGNI BIANCHI
Il Pinot Grigio è richiestissimo all’estero: sono milioni le bottiglie esportate in Germania e negli Usa
Il Vermentino nasce vicino al mare e soffre all’allontanarsi dalla costa. Un esempio? Il Pigato ligure è “il” vino delle trofie al pesto
Umbria e Campania danno i natali a ottimi bianchi come, rispettivamente, il Trebbiano Spoletino e i “rivali” Fiano e Greco

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