Negli Stati Uniti tra il 2018 e il 2023 aziende e startup di questo settore hanno ricevuto finanziamenti per 215 miliardi di euro. In Cina nello stesso periodo la quota di investimenti è salita dal 15% al 71% (Global Private Capital Association). L’Europa, pur in ritardo, ha investito 16 miliardi di dollari nel 2023, il quadruplo di quanto aveva fatto nel 2018 (Dealroom). Stiamo parlando del deep tech (letteralmente: “tecnologie profonde”), l’insieme di tecnologie «fondate su scoperte scientifiche o innovazioni ingegneristiche significative» in grado di rispondere alle grandi sfide dei nostri tempi, come il cambiamento climatico, la transizione energetica o la scoperta di nuovi farmaci.
Le origini del termine deep tech
Il termine è stato coniato nel 2015 dalla venture capitalist Swati Chaturvedi, fondatrice del primo fondo dedicato al deep tech, Propel(x). Cercava un termine per identificare quelle startup nel campo life science, energia, clean tech, computer science, nuovi materiali e chimica. Oggi le aziende deep tech coprono una gamma ancora più vasta di settori. Ma che cosa hanno in comune queste diverse aree tecnologiche? «Per capire i confini del deep tech dobbiamo fare riferimento a quattro elementi imprescindibili», spiega Aleardo Furlani, fondatore di Innova, incubatore che offre servizi specialistici per sostenere la nascita e la crescita di startup innovative nei settori deep tech.
«Il primo è la ricerca scientifica: la maggior parte delle innovazioni deep tech nasce all’interno di laboratori di ricerca, università, poli di eccellenza come l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l’Istituto Superiore Sant’Anna, il Cnr, l’Istituto Italiano di Tecnologia, capaci di sviluppare soluzioni tecnologiche di avanguardia grazie a infrastrutture avanzate e al know how dei propri ricercatori. Il secondo è la presenza di una forte proprietà intellettuale: i brevetti proteggono e fanno crescere le innovazioni deep tech, attraggono nuovi investimenti e accordi di licenza. Il terzo è il fattore tempo: si tratta di tecnologie che, oltre a richiedere maggiori capitali, necessitano in media di sei anni in più rispetto ad altre per dare risultati. Il quarto è il tipo di competenze necessarie: le aziende deep tech sono fondate da team con background tecnici avanzati».
Il paragone è con tutte le altre startup “tech”, che si concentrano spesso sullo sviluppo software o innovano nel modello di business o nel passaggio dall’offline all’online, ma non apportano innovazioni dirompenti. «Non si tratta di creare una nuova app o un nuovo servizio di delivery, ma di trovare soluzioni tecnologicamente robuste a problemi complessi», precisa Furlani.
Nel 2022 i ricavi da royalty in Italia sono stati di soli 5,7 milioni di euro: troppo pochi, considerando i circa 8.800 brevetti in portafoglio in 69 università
Gli esempi all’estero e in Italia
«Deep tech sono aziende come le statunitensi Impossible Food o Air Protein, che ricercano sostituti della carne », continua Furlani. «La prima lo fa attraverso l’uso di proteine vegetali come soia e piselli, la seconda trasformando l’aria (la CO2) in una proteina commestibile completa, grazie a una tecnologia di fermentazione ispirata dalla Nasa. O, in Europa, l’azienda farmaceutica danese Novo Nordisk che, per curare l’obesità, ha studiato una nuova formulazione del suo farmaco per il diabete Ozempic: la sua valutazione ha superato il Pil della Danimarca con conseguenze sull’intera economia del Paese».
E in Italia? I settori in cui nascono più startup in questo campo sono l’healthcare, il manufacturing (automazione intelligente e stampa 3D), le biotecnologie, i dispositivi medici, l’automotive (fonte Crunchbase). Qualche esempio: Aiko sviluppa tecnologie di intelligenza artificiale per l’automazione delle missioni spaziali. Tuc ha ideato una soluzione modulare per veicoli, una sorta di Usb della mobilità. Inta System, spinoff della Normale e del Cnr di Pisa, ha inventato un chip che è in grado di fare analisi biologiche, trovando virus, batteri e Dna in maniera veloce e a basso costo. Newcleo, fondata dallo scienziato Stefano Buono, sviluppa una tecnologia innovativa per la produzione di energia nucleare pulita. X-Farm realizza applicazioni per la digitalizzazione del settore agroalimentare e ha appena chiuso un round da 36 milioni di euro.
Trasformare la ricerca in ricchezza
«L’Italia eccelle nel campo della ricerca scientifica, nell’ingegneria, nell’AI, nei nuovi materiali», continua Furlani. «Ma tale eccellenza non genera sempre ricchezza economica, né un numero consistente di startup». Il nodo sta proprio qui, nella trasformazione della ricerca in impresa, nel cosiddetto trasferimento tecnologico. Il rapporto Netval (Network per la valorizzazione della ricerca) 2024 lo conferma. Nel 2022 i ricavi da royalty in Italia sono stati di soli 5,7 milioni di euro: troppo pochi, considerando i circa 8.800 brevetti in portafoglio in 69 università. «È come se ci fosse un baco nel sistema», sottolinea Furlani. «Mancano professionisti che agiscano da imprenditori, specialisti del mercato in grado di comunicare in modo adeguato i progetti, che abbiano una rete di relazioni e connessioni commerciali».
Gli esempi da seguire sono quelli delle università americane, dove interi team sono dedicati proprio a questo scopo. Ci sono poi università, come Coventry nel Regno Unito, in cui questo processo è completamente esternalizzato al privato. «In Italia le attività di trasferimento tecnologico sono collocate per l’80% nei rettorati, solo una piccola percentuale (il 6%) è stata creata insieme ai privati. Occorre guardare proprio lì, vedere come hanno funzionato e provare a cambiare le cose».
L’orizzonte temporale della deep tech è più lungo di quello di tutte le altre startup
Il ruolo del venture capital
Un ruolo fondamentale può essere svolto dal venture capital, l’asset class più vicina a questa tipologia di imprese, per natura collegata al rischio. «Ma occorre un venture capital diverso da quello tradizionale, e un investitore che sappia gestire il rischio tempo, perché l’orizzonte temporale della deep tech è più lungo di quello di tutte le altre startup» aggiunge Furlani. In Italia stanno nascendo fondi di venture capital specializzati, tra questi Obloo Ventures, concentrato sulle tecnologie spaziali, e Deep Blue Ventures, con logiche di investimento diverse, che contano su coinvestimento e partenariati.
CdpVenture Capital sta dando una grande spinta attraverso la creazione di fondi diretti e fondi di fondi. Nel 2021 ha lanciato Evoluzione, un fondo generalista con focus particolare sulle deep tech: investe con un impegno minimo di un milione di euro in round con raccolta target tra i 2 e i 20 milioni. Inoltre, ha istituito due poli nazionali di trasferimento tecnologico, che si occupano dello sviluppo di nuove imprese: Galaxia, nel settore aerospazio e RoboIt nella robotica. «Ma i risultati non sono sempre noti al grande pubblico», conclude Furlani. «Occorre comunicare di più e meglio cosa sta succedendo agli investimenti in deep tech promossi con i soldi pubblici da Cdp: i risultati della crescita, l’attrazione di nuovi capitali esteri, la generazione di brevetti. Occorre dare visibilità ai campioni italiani del deep tech».
Articolo pubblicato sul numero di Business People di marzo 2025. Scarica il numero o abbonati qui
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