In Italia il rischio di povertà cresce e coinvolge una quota sempre più ampia della popolazione: secondo gli ultimi dati, nel 2024 il 23,1% degli italiani risulta a rischio di povertà o esclusione sociale, una percentuale in lieve ma significativa crescita rispetto all’anno precedente. L’aumento, pur apparendo contenuto, testimonia infatti una tendenza preoccupante che tocca la tenuta economica delle famiglie e la loro capacità di sostenere un livello di vita adeguato.
Nel cuore di questo fenomeno c’è sicuramente la crescente fragilità dei redditi familiari: l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto, mentre le disuguaglianze si acuiscono e ampie fasce della popolazione vivono con risorse appena sufficienti, se non del tutto inadeguate. Nonostante l’apparente stabilità di alcuni indicatori, come il rischio di povertà individuale o la grave deprivazione materiale, emergono segnali evidenti di un sistema che fatica a garantire benessere diffuso.
Il report Istat
A fotografare questa situazione è il rapporto annuale dell’Istat sulle Condizioni di vita e reddito delle famiglie. Il report fa riferimento agli anni 2023 e 2024 e si basa sull’indagine Eu-Silc (European Union Statistics on Income and Living Conditions), uno strumento armonizzato a livello europeo che permette di confrontare i dati tra Paesi membri. L’indagine, precisamente condotta tra gennaio e maggio 2024, ha coinvolto oltre 31.000 famiglie italiane e più di 62.000 individui, attraverso interviste personali e telefoniche.
Tutti i dati raccolti sono stati integrati con fonti amministrative e modelli di microsimulazione, permettendo di stimare non solo i redditi percepiti, ma anche le imposte e i contributi sociali pagati. Il risultato è un quadro preciso della disponibilità economica delle famiglie e delle relative condizioni di vita, che seppur caratterizzato da una ripresa nominale dei redditi, risulta appesantito da dinamiche inflattive che annullano i guadagni.
L’indagine non si limita a misurare i redditi monetari, ma considera anche aspetti legati alla deprivazione materiale, alla capacità delle famiglie di sostenere spese impreviste o di permettersi beni e servizi essenziali. Inoltre, include componenti figurative come gli affitti imputati, utili a comparare famiglie proprietarie e in affitto.
I dati su condizioni di vita e reddito
Scendendo nel dettaglio, come emerge dal testo integrale del report nel 2023 il reddito medio netto delle famiglie italiane si è attestato a 37.511 euro annui, pari a circa 3.125 euro al mese. Però, a causa di un’inflazione media del 5,9%, il potere d’acquisto è diminuito dell’1,6% rispetto all’anno precedente, segnando il secondo calo consecutivo in termini reali. La mediana, ovvero il valore sotto il quale si colloca la metà delle famiglie, è più bassa: 30.039 euro annui, che equivalgono a circa 2.503 euro al mese.
Questa perdita di potere d’acquisto ha colpito in modo disomogeneo il territorio nazionale. Le famiglie del Nord-est hanno subito una flessione reale del 4,6%, mentre il Centro ha registrato un calo del 2,7%. Solo il Nord-ovest ha visto una lieve crescita reale dei redditi (+0,6%), a fronte di una sostanziale stagnazione nel Mezzogiorno (-0,6%). Le famiglie il cui reddito principale deriva da lavoro autonomo o dipendente sono quelle più penalizzate, con perdite rispettivamente del 17,5% e 11% rispetto al 2007.
Al contrario, i nuclei che vivono principalmente di pensioni e trasferimenti pubblici hanno registrato un aumento reale del 5,5% nello stesso arco di tempo. Anche le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi sono in crescita. Il rapporto tra il reddito totale percepito dal quinto più ricco della popolazione e quello del quinto più povero (s80/s20) è salito a 5,5, contro il 5,3 del 2022. L’indice di Gini, che misura la concentrazione della ricchezza, è passato da 0,315 a 0,323, segnalando un peggioramento dell’equità distributiva.
Il rischio povertà
Il 23,1% della popolazione italiana, pari a circa 13,5 milioni di persone, vive in condizione di rischio di povertà o esclusione sociale. Si tratta di individui che si trovano in almeno una delle seguenti situazioni: vivono in famiglie con redditi inferiori al 60% della mediana nazionale, subiscono gravi forme di deprivazione materiale e sociale, oppure appartengono a nuclei a bassa intensità lavorativa. Nel dettaglio, il 18,9% della popolazione è a rischio povertà economica, mentre il 4,6% vive in condizioni di grave deprivazione.
Circa il 9,2% degli italiani risiede in famiglie dove gli adulti lavorano per meno di un quinto del tempo disponibile, un indicatore che colpisce in particolare i giovani sotto i 35 anni e i nuclei monogenitoriali. L’incidenza di queste situazioni è più elevata nel Mezzogiorno (39,2%), mentre il Nord-est registra i valori più contenuti (11,2%). Le famiglie numerose, i monogenitori, gli anziani soli e i cittadini stranieri sono le categorie più esposte.
Per le famiglie con tre o più figli, il rischio raggiunge il 34,8%, mentre per i nuclei composti da un solo adulto con figli si attesta al 32,1%. Tra gli occupati, il 10,3% è considerato a rischio di povertà lavorativa, una condizione che colpisce un lavoratore su dieci nonostante l’impiego. Il dato è ancora più alto tra gli stranieri (22,6%) e tra chi ha un solo percettore di reddito in famiglia. A emergere è dunque un’Italia dove l’accesso al lavoro non garantisce necessariamente una vita dignitosa, e dove il rischio di vulnerabilità economica è una realtà quotidiana per ampie fasce della popolazione.
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