Jens Weidmann, presidente della Bundesbank (Buba), la banca centrale tedesca, non sembra ancora convinto al 100%. «L’Eurozona corre un rischio relativamente basso di finire in deflazione», ha detto qualche settimana fa il presidente, che è anche membro del direttivo della Banca centrale europea (Bce), dove si è opposto più volte alle decisioni del presidente Mario Draghi. Eppure, nonostante un certo ottimismo di maniera, le parole del numero uno della Buba sono state percepite da diversi osservatori internazionali come un cambio di rotta significativo e un segnale di preoccupazione. Anche Weidmann, il grande difensore delle politiche monetarie rigorose, sempre pronto a scongiurare i rischi di una fiammata dei prezzi, ha dovuto ammettere che l’arrivo della deflazione in Europa non è affatto da escludere del tutto e ha aggiunto che, per fronteggiarla, la Bce potrebbe adottare anche misure straordinarie. Parole che sono subito risuonate tra gli addetti ai lavori come un mezzo via libera a Draghi, che oggi si trova investito di una missione quasi impensabile fino a cinque o sei anni fa. Invece di tenere a bada l’inflazione, come prescrive il suo statuto, la Bce deve, infatti, evitare a tutti i costi il fenomeno opposto. Si tratta appunto della deflazione, cioè una discesa generalizzata dei prezzi al consumo che potrebbe avere effetti deleteri sull’economia e smorzare sul nascere i primi segni di ripresa che si intravedono nel Vecchio Continente.
SE IL COSTO DELLA VITA SI INABISSAA prima vista, un calo del costo della vita non sembra poi un fenomeno tanto negativo. Se i prezzi scendono, infatti, i lavoratori sono destinati a riprendersi un po’ del loro potere d’acquisto, dopo essere stati martoriati da sei anni di crisi. Peccato, però, che le cose non stiano proprio così. Come ha scritto lo storico dell’economia Gianni Toniolo, in realtà ci sono due tipi diversi di deflazione, una buona e una cattiva. La prima si verifica in un contesto in cui l’economia è in crescita, in cui la concorrenza sul mercato e la produttività salgono e consentono di produrre beni e servizi a prezzi sempre più competitivi, come avvenne nell’ultimo ventennio del XIX secolo. C’è però anche una deflazione cattiva, come quella verificatasi ai tempi della Grande Depressione, quando i prezzi al consumo subirono un calo complessivo del 22% in quattro anni, tra il 1929 e il 1933. Se l’economia procede a singhiozzo, come oggi in Europa, e se c’è troppa gente che non va a fare la spesa perché non ha abbastanza soldi da spendere, le aziende sono costrette ad abbassare i prezzi soltanto per non trovarsi i magazzini pieni di merce invenduta e non rischiare di chiudere i battenti. In questo scenario, può crearsi un circolo vizioso, perché i consumatori e le imprese, nell’attesa di un ulteriore calo dei prezzi, sono spinti a spostare in avanti il più possibile le proprie decisioni di acquisto. Chi vuole comprare casa, per esempio, preferisce aspettare qualche mese. Stesso discorso per chi deve acquistare un’automobile, un macchinario per l’azienda o fare qualche altro investimento produttivo. Ecco allora che l’economia rischia di avvitarsi e subire una paralisi, proprio come avvenne ai tempi della Grande Depressione che, purtroppo, presenta ancora molte similitudini con l’ultima crisi finanziaria. Ma cosa può fare in concreto Draghi, per scacciare lo spettro della deflazione?
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QUANTITATIVE EASING ALL’EUROPEALe possibili misure per ridare slancio all’economia sono state prospettate dal presidente della Bce agli inizi di maggio, nell’attesa di vedere come si comporteranno i prezzi al consumo prima dell’estate. Gli ultimi dati disponibili sembrano leggermente incoraggianti, anche se ancora in chiaroscuro. In Italia, ad aprile, il carovita è salito allo 0,6% (contro lo 0,4% del mese precedente), mentre in Francia si è attestato sullo 0,7%, contro lo 0,6% di marzo. In Germania invece, si è registrata un’inflazione su base annua dell’1,3%, accompagnata però da un leggero rallentamento del caroprezzi (attorno allo 0,2%) tra marzo e aprile. Se questo scenario dovesse peggiorare, Draghi sarebbe costretto a sfoderare le sue cartucce, avviando una serie di stimoli all’economia basati su misure straordinarie (o non convenzionali, come le chiamano i tecnici della politica monetaria). La prima mossa prevista è una ulteriore sforbiciata all’ingiù al costo del denaro ufficiale, che da tempo è inchiodato al minimo storico dello 0,25% e che potrebbe scendere ancora sino allo 0,1- 0,2%. La discesa dei tassi, però, finora è servita a poco per rivitalizzare la claudicante economia di Eurolandia, dove il pil viaggia a un ritmo di crescita ben inferiore all’1%, almeno in certi Paesi come l’Italia. Ecco allora che Draghi potrebbe passare alla seconda opzione, che consiste nel mettere in cantiere un quantitative easing, sulla scorta di quanto già fatto da molte altre banche centrali, a cominciare dalla Federal Reserve statunitense.
INTERVENTI SUL MERCATOCon il quantitative easing, la Bce immetterebbe una massiccia dose di liquidità nel sistema economico (si parla di mille miliardi di euro), comprando sul mercato titoli finanziari, a cominciare dai Buoni del Tesoro emessi dagli stati di Eurolandia. Non è da escludere, però, che vi siano anche altre misure possibili, come la concessione di prestiti alle banche a tassi agevolati, in cambio dell’impegno a erogare nuovi crediti alle piccole e medie aziende, che oggi hanno difficoltà a finanziarsi. Inoltre, la Banca centrale potrebbe acquistare anche titoli del debito emessi da società private o frutto di cartolarizzazioni di crediti vantati dalle stesse banche nei confronti delle aziende. Se centreranno pienamente gli obiettivi, queste scelte potrebbero avere molteplici effetti. Il primo è quello di far crescere i prezzi dei titoli acquistati per un aumento della loro domanda sul mercato, abbassandone così i rendimenti. Nel caso dei titoli di Stato, si avrebbe, per esempio, un altro calo degli spread e degli interessi pagati dai governi nazionali sui Buoni del Tesoro emessi, con conseguenze positive sui bilanci pubblici. Allo stesso tempo, grazie alla liquidità in arrivo dalla Bce, i mercati potrebbero continuare a viaggiare a ritmi sostenuti mentre le banche, facendo leva sul serbatoio delle cartolarizzazioni o su nuovi finanziamenti concessi da Draghi, potrebbero essere spinte a diventare un po’ meno avare nei prestiti alle aziende. Il risultato sarebbe, dunque, uno stimolo significativo all’economia, con conseguente ripresa degli investimenti, dei consumi e dei prezzi. Tutto molto bello, se non fosse per qualche particolare non trascurabile che lo stesso presidente della Bce ha in parte già evidenziato: finora, negli Stati Uniti, il quantitative easing ha funzionato anche per la presenza di uno scenario economico diverso da quello europeo. Dall’altra parte dell’Atlantico, per esempio, il mercato dei capitali è molto più reattivo che da noi e rappresenta un grande serbatoio anche per i finanziamenti alle imprese, mentre nel Vecchio Continente le aziende dipendono in gran parte dai prestiti del canale bancario. Inoltre, nella zona euro, oggi il mercato della cartolarizzazioni non ha dimensioni particolarmente rilevanti e ha bisogno di essere rilanciato in maniera significativa. Lo stesso dicasi per le obbligazioni emesse da società private non finanziarie, che rappresentano appena il 6-7% di tutto il debito esistente nell’Eurozona. Dunque, sorgono spontanei alcuni interrogativi: è possibile attuare anche in Europa un quantitative easing che somigli alla lontana a quello americano? E quali sarebbero i risultati? Fra qualche mese, si avranno probabilmente le prime risposte.
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