Usa: Trump dà il via ai dazi. Le reazioni (diverse) di Europa e Cina

Gli Stati Uniti introducono tariffe su larga scala. L’Ue si prepara a una risposta articolata, mentre Pechino adotta misure più discrete, ma potenzialmente strategiche

Usa: Trump dà il via ai dazi. Le reazioni (diverse) di Europa e CinaIl presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, presenta alla Casa Bianca il piano Make America Wealthy AgainPhoto by Demetrius Freeman/The Washington Post via Getty Images

Come preannunciato, Donald Trump ha dato il via – alla sua maniera, scenografica – al nuovo protezionismo americano, denominato Make America Wealthy Again. Dal 2 aprile, infatti, sono entrati in vigore i dazi Usa imposti su scala globale, culminati in un ordine esecutivo definito dal presidente “storico”.

Le tariffe, che raggiungono livelli fino al 46% per alcuni Paesi, colpiscono un vasto spettro di importazioni, dalle automobili all’alluminio, coinvolgendo anche partner tradizionali come l’Unione Europea, il Giappone, la Corea del Sud e la Cina. L’obiettivo dichiarato: riequilibrare rapporti commerciali, considerati penalizzanti per l’America dal neo-presidente eletto.

La tariffa base sarà del 10% su tutti i Paesi dal 5 aprile, ma per 60 nazioni – tra cui Cina, India e Brasile – si salirà oltre, fino al 34% per Pechino. I dazi del 25% su auto e componenti sono già attivi, mentre ulteriori misure settoriali sono previste per maggio. Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere, ma si muovono su binari molto diversi tra loro: da una parte Bruxelles, tra cautela e fermezza; dall’altra Pechino, che ha scelto una strategia di ritorsione silenziosa e mirata.

La risposta ‘diplomatica’ dell’Europa ai dazi Usa:

L’Unione Europea ha accolto la preannunciata politica di Washington con una strategia che bilancia fermezza e diplomazia. Se da una parte si prepara a colpire prodotti americani con dazi speculari, dall’altra si lascia aperto uno spiraglio per la trattativa. “Risponderemo al momento appropriato”, ha dichiarato Olof Gill​, portavoce della Commissione europea, mentre la presidente Ursula von der Leyen ha parlato di un “piano solido” già pronto nel caso in cui la diplomazia fallisse.

Le contromisure, che potrebbero entrare in vigore già da metà aprile, colpiranno soprattutto settori come acciaio, alluminio e auto. In discussione ci sono due strumenti principali: uno più classico, che prevede dazi diretti e quote all’importazione, e un altro più sofisticato, con possibili tassazioni su royalties e diritti intellettuali delle società digitali americane. La coesione interna, però, non è scontata: la Francia spinge per una risposta rapida, mentre Germania e Italia preferiscono la via del dialogo. Il voto decisivo tra i Paesi membri, come evidenziato in un articolo del Sole 24 Ore, è atteso per il 9 aprile. Nel frattempo, l’Europa lavora anche su un secondo fronte: la diversificazione commerciale. Accordi recenti con Mercosur, Messico e Svizzera, e l’apertura a nuove intese con l’India, mostrano un chiaro intento di ridurre la dipendenza dagli scambi transatlantici.

La risposta della Cina

Diversa la scelta della Cina, che ha optato per una forma di ritorsione indiretta: limitare gli investimenti delle proprie aziende negli Stati Uniti. Secondo fonti governative riportate dal Sole 24 Ore, Pechino ha dato indicazioni di ritardare o bloccare le approvazioni per nuovi progetti negli Usa. I dati lo confermano: nel 2023 gli investimenti cinesi in America sono calati del 5,2%, contro un aumento generale dell’8,7% verso altri Paesi. Questa mossa non è solo una risposta ai dazi, ma si inserisce in una strategia più ampia per contenere i deflussi di capitale e difendere lo yuan.

Le società cinesi devono seguire iter autorizzativi complessi per investire all’estero e le attuali indicazioni governative vanno nella direzione di rallentare ulteriormente questi flussi verso l’America. A differenza dell’Unione Europea, la Cina non ha annunciato dazi di ritorsione nel breve periodo, ma la sua azione si concentra sul lungo termine, puntando a ridurre la vulnerabilità della propria economia rispetto alle pressioni americane.

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